«THE AGE OF ADZ - Sufjan Stevens» la recensione di Rockol

Sufjan Stevens - THE AGE OF ADZ - la recensione

Recensione del 27 ott 2010 a cura di Marco Jeannin

La recensione

Dove eravamo rimasti? Più o meno cinque anni fa Sufjan Stevens (Detroit, 01 luglio 1975), pubblica “Sufjan Stevens invites you to: come on feel the Illinoise”, il disco della definitiva consacrazione dopo sei anni di uscite ben più che oneste. Arrivano poi in sequenza “The avalanche”, con i pezzi avanzati dalle sessioni di “Illinoise”, il box “Songs for Christmas” contenente una quarantina tra cover e citazioni in tema natalizio, “Run rabbit run” che altro non è che la rivisitazione di “Enjoy your rabbit” del 2001 dello stesso Stevens e per finire l’anno scorso il progetto in collaborazione con la Brooklyn Academy of Music, “The BQE” . Una mole di materiale che la dice lunga sulla prolificità di Stevens ma che soprattutto può darci un’idea sul come non sia così semplice inquadrare questo personaggio. Folk, jazz, pop, musical, una spruzzata di soul e ovviamente fiati archi e percussioni a profusione che suonano in modo quantomeno bizzarro: se c’è una cosa che non si può dire di Stevens è che sia uno con poca fantasia. Ad agosto di quest’anno Sufjan torna a farsi sentire con l’ep composto interamente da inediti “All delighted people” che spiana la strada alla pubblicazione del tanto atteso nuovo album “The age of adz”. E qui, tanto per cambiare, siamo di nuovo punto e a capo. Il disco esce come sempre per la Asthmatic Kitty e prodotto dallo stesso Stevens, un modo come un altro per ribadire il totale controllo creativo sull’intera opera: settantacinque minuti scarsi di musica suddivisa in undici tracce per una lenta ma inesorabile discesa verso il cuore di quello che a conti fatti è il più schizofrenico dei suoi album. “The age of adz” si presenta dunque come un disco di psichedelia folk che ha trovato nell’elettronica il suo sfogo naturale. Ebbene sì, elettronica: synth, drum machine e chi più ne ha più ne metta. La parola d’ordine è sperimentare in piena libertà, un monito che arriva direttamente dalla copertina, omaggio a Royal Robertson, artista guarda caso afflitto da schizofrenia. Partendo dai costrutti melodici cui Stevens ci ha abituato in tutti questi anni, “The age of adz” si prende la briga di rompere i confini con la forma canzone tradizionale per poi lasciar fluire il suono un po’ come viene, in quello che si trasforma in un caos controllato d’intuizioni sonore di ogni genere. Per farsi un’idea più chiara conviene partire dal fondo, dai venticinque minuti di “Impossible soul” che vedono tra le altre cose, la partecipazione di Shara Worden, più nota come My Brightest Diamond. Venticinque minuti in cui si alternano tirate sintetiche a episodi pop melodici accompagnati dagli immancabili arrangiamenti orchestrali che si integrano con la vena psichedelica fatta di riverberi, campionature e dilatazioni impreziosite dalla voce modulata di uno Stevens quasi irriconoscibile, con tanti saluti al folk delicato di “Illinoise”. E pensare che l’apertura con “Futil device” sembrava presagire all’ennesima variazione sul tema, propendendo più verso atmosfere delicate di stampo quasi ambient. Sensazione perentoriamente smentita con la successiva “Too much”, elettro pop in bilico tra l’essere un singolo commercialmente appetibile e il rappresentare la prima vera apertura a quello che sarà il filo conduttore di tutto il resto del disco. “I walked”, “Bad communication” e “Get real get right” non fanno altro che porre l’accento sulla componente sintetica che si assume la responsabilità di dare respiro a una melodia altrimenti asettica in una serie di prove che non sarebbero dispiaciute ai Tv On The Radio e agli MGMT di “Congratulations”. La stralunata titletrack rilancia le ambizioni orchestrali di Stevens integrando cori, archi, chitarra acustica e sintetizzatori senza tradire alcun timore reverenziale nei confronti di nessuno dei singoli elementi, spingendo se possibile l’acceleratore sulla componente psichedelica a fare da collante. Libertà d’azione che si dilata e trasfigura nell’intensa “Vesuvius” (e qui vanno chiamati in causa gli Animal Collective), nell’eterea “Now that I'm older” e in “All for myself” che riprende la linea melodica di “Vesuvius” esplodendo in un notevole finale dissonante. La velocità aumenta poi grazie agli arrangiamenti vertiginosi di “I want to be well” fungendo da camera di decompressione propedeutica per il finale torrenziale della già citata “Impossible soul”. Senza ombra di dubbio “The age of adz” è un disco intelligente, incredibilmente dettagliato e a tratti coraggioso nel sapersi proporre senza compromessi in maniera inedita. Il consiglio - rivolto in special modo ai sostenitori di Stevens prima maniera - è di farsi poche domande, lasciandosi andare per vedere dove si può arrivare senza cercare a tutti i costi un filo logico. Probabilmente la stessa operazione compiuta da Stevens, uno da cui oramai è lecito aspettarsi di tutto e che spesso ripaga con qualcosa di più.

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