«MILK AND HONEY - John Lennon & Yoko Ono» la recensione di Rockol

John Lennon & Yoko Ono - MILK AND HONEY - la recensione

Recensione del 09 ott 2010

La recensione

Con questo album, pubblicato nel 1984, si chiude (provvisoriamente?) il programma di ripubblicazioni rimasterizzate dei lavori del repertorio lennoniano. Verrebbe da dire che i diktat di Yoko hanno imposto che così fosse perché ci si fermasse agli album nei quali lei ha avuto una partecipazione, se non addirittura dei quali spartisce al 50% la tracklist. Infatti non si annunciano ripubblicazioni di “Menlove Ave.”, 1986, che per quanto antologico contiene degli inediti; del “Live in New York City” uscito quello stesso anno; e di “Acoustic”, 2004, che contiene tutto materiale inedito su disco in quelle versioni, se non inedito in assoluto. La malignità però non regge perché non sono (per ora) previste nemmeno le riproposizioni di “Unfinished music No.1: Two virgins”, “Unfinished music No.2: Life with the Lions” e del “Wedding album”, roba datata rispettivamente 1968 e 1969, e di “Live peace in Toronto 1969”, tutti dischi nei quali Yoko è in diverse maniere coinvolta.
Per quanto riguarda “Milk and honey”, che evidentemente, essendo uscito postumo, è un progetto fortemente voluto da Yoko, esso contiene, per quanto riguarda i titoli cantati da John Lennon, versioni rough e provini risalenti alla registrazione di “Double fantasy”, e invece, per quanto riguarda Yoko Ono , canzoni “complete” e in buona parte registrate in seguito e appositamente per l’album.
Qui riferiamo delle canzoni di Lennon, e lo facciamo traendo il materiale dal libro “Le canzoni di John Lennon – commento e traduzione dei testi”, di Riccardo Russino, Paola de Rosa e Vincenzo Oliva, uscito nel 2000 per Editori Riuniti nella collana “Pensieri e parole” diretta da Ezio Guaitamacchi.

“Milk And Honey” è il primo album di inediti pubblicato dopo la morte di John Lennon: esce nel 1984 e ricalca la struttura di “Double Fantasy”, sei brani di John e altrettanti di Yoko. Dei sei brani di Lennon, cinque furono provati durante le session dell’agosto/settembre 1980, mentre uno (“Grow old with me”) è stato pubblicato in forma di demo.
Rispetto a “Double fantasy”, l’album propone un John più rocker, che rinverdisce i fasti di “Instant Karma!” o “Remember” con le travolgenti “I’m stepping out”, “I don’t wanna face it” e soprattutto con “Nobody told me”, una delle sue migliori composizioni. Nell’album si affaccia, con “Borrowed time”, anche il reggae, un genere che Lennon apprezzava da tempo (non a caso una copia di “Get up stand up” di Bob Marley era presente in sala di incisione). Il disco si chiude con “Grow old with me”, probabilmente la più toccante e profonda canzone d’amore scritta per Yoko Ono, nella quale John si augura di invecchiare con la moglie perché “Il meglio deve ancora venire”.
I testi dei brani sono molto più realistici rispetto alle dichiarazioni di perfetta armonia contenute in “Double fantasy”: Lennon esprime delusione per il presente e disinganno sul proprio ruolo di rock star, mentre rimane intatta la sua fiducia nel futuro, come magistralmente espresso in “Grow old with me”.
Trattandosi di canzoni alle quali John stava lavorando, rimane comunque il dubbio sulla forma definitiva che avrebbero assunto dal punto di vista sia lirico sia melodico. “I’m stepping out” è stata la canzone con la quale Lennon ha inaugurato, nel 1980, il ritorno in studio di registrazione: non si tratta di un caso, visto che il testo esprime la voglia e l’impazienza di tornare in attività. Siamo al cospetto di un vero e proprio manifesto di insofferenza per gli anni del volontario isolamento: ora John ha solo il desiderio di ributtarsi nella mischia della vita e della musica rock. Le parti parlate che aprono e chiudono il brano dimostrano quanto fosse ormai annoiato dalla vita casalinga, un’ammissione sincera, in pieno contrasto con quanto raccontato durante le interviste promozionali per “Double fantasy”: Questa è la storia di un casalingo il quale, lo sai bene, ora vorrebbe proprio uscire di casa. Se ne è stato a prendersi cura di te, lo sai, e dei bambini per giorni e giorni. Ha badato alla cucina e si è sbattuto in giro e tutto il resto, finché non è uscito pazzo!”.
“I don’t wanna face it” è un atto di profonda autocritica, dalla quale emerge un Lennon assolutamente indeciso sulle fondamentali scelte da prendere, sia come uomo sia come rockstar. Colpisce in particolare la strofa in cui ammette di voler salvare l’umanità ma di non poter sopportare la gente, al pari di tanti autorevoli artisti non ugualmente schietti: “Leader di un vecchio grande gruppo, vuoi salvare l’umanità ma è proprio la gente che non puoi soffrire”. Il penultimo verso esprime la certezza di farcela, immediatamente contraddetta dal successivo (estrapolato da “Mirror mirror”, brano abbozzato nel 1977), nel quale John dichiara di stare attraversando una profonda crisi di identità, che lo porta a non riconoscersi nelle proprie azioni: “Ogni volta che mi guardo allo specchio non ci vedo nessuno, là dentro).
“This one gonna be for Ringo”, esclama John prima di registrare un demo di “Nobody told me”, preparandosi così a fare il più grande regalo della sua vita all’ex compagno di gruppo. Nel novembre del 1980 Lennon aveva infatti accettato l’invito di Ringo per partecipare al suo prossimo album (inizialmente intitolato “Can’t fight lighting” e poi pubblicato nel 1981 come “Stop and smell the roses) e a questo scopo riservò quattro canzoni per il vecchio amico. Dopo la morte di John, Ringo decise di non utilizzarle e non ha mai rivelato quali fossero i titoli in questione. Solo grazie alle informazioni tratte dalla trasmissione radiofonica “Lost Lennon tapes”, si è scoperto che una era “Nobody told me”, un’altra “Life begins at forty”, mentre per ora non si conosce l’identità delle altre due (alcuni testi inseriscono nella lista anche “I don’t wanna face it”, anche se non è, al momento, dimostrabile con sufficiente sicurezza). “Nobody told me” è senza dubbio uno dei migliori brani di Lennon. La volontà di donarlo a Ringo Starr dimostra da una parte quanto John fosse legato all’ex compagno, dall’altra quanto confidasse nelle proprie doti artistiche del momento, concedendosi il lusso di privarsi di una canzone di tale spessore. La prima versione del brano, intitolata “Everybody’s talking, nobody’s talking”, era identica a quella edita a eccezione del ritornello, per il quale John stava ancora cercando una forma definitiva. “Nobody told me” è la canzone del disinganno: gli ideali e le rivendicazioni di libertà per cui ci si era battuti negli anni Sessanta paiono raggiunti, ma è solo una facciata. In realtà nessuno è felice perché il consumismo e il culto dell’apparenza hanno come lobotomizzato gli uomini, rendendoli incapaci di godere la vita, di coglierne l’essenza e le rare ma intense gioie. Per questi motivi la canzone è quanto mai moderna e testimonia come Lennon fosse arguto nel decifrare la realtà e nel fiutare lo spirito dei tempi.
“Borrowed time” fu provata, insieme a “I’m stepping out”, il primo giorno delle session di “Double fantasy”. Lennon poi non vi si dedicò più, ma non ci sono dubbi che lo avrebbe fatto: in molte occasioni si era detto affascinato dal reggae e questo brano è il suo primo tentativo di incidere qualcosa in quello stile. Ai musicisti, che non avevano ancora confidenza con il genere, John fece ascoltare “Get up stand up” di Bob Marley per illustrare il sound che stava cercando. Anche se la versione pubblicata su “Milk and honey” è ancora incompleta come arrangiamento e incisione, il testo pare definitivo: in tutti i demo e le outtake ascoltate Lennon canta sempre i medesimi versi. “Borrowed time" è una serena presa di coscienza circa la raggiunta maturità: John non rimpiange nulla dell’irruenza giovanile, ma esprime tutta la sua gioia per i 40 anni (“Il futuro mi appare più chiaro e adesso è l’ora”), un’età che gli permette di concentrarsi esclusivamente sugli aspetti fondamentali della vita (“Con meno complicazioni tutto è più chiaro”) a discapito delle futilità legate alla giovinezza, come specifica negli ultimi versi: “Tanto lo so che lei mi ama, tutto ciò di cui devo preoccuparmi è di alzarmi al mattino”.
“(Forgive me) My little flower princess” appare in “Milk and honey” con un arrangiamento largamente incompleto: Lennon la provò durante i primi giorni delle session e poi non vi si dedicò più. Ovviamente è impossibile immaginare che progetti avesse al proposito. Visto che “Milk and honey” è stato assemblato da Yoko Ono, è piuttosto facile capire perché questo brano, non tra i migliori di Lennon, sia stato incluso: si tratta dell’ennesimo atto di devozione di John, che si scusa nuovamente per i propri torti. Da notare che in “(Forgive me) My little flower princess” John sprona la moglie a godersi i giorni a venire, perché “iresto della nostra vita sarà la parte migliore”. Una tematica sviluppata nella successiva, e ben più profonda, “Grow old with me”.
“Grow old with me”, di cui Lennon fece in tempo a incidere solo alcuni demo, aveva tutte le potenzialità per diventare una delle sue migliori creazioni. La semplicità delle registrazioni effettuate da John (voce, pianoforte e batteria elettronica) rivela comunque una canzone di rara bellezza. Nel 1994 è stata anche selezionata (senza poi essere utilizzata) da Paul McCartney per diventare un nuovo brano dei Beatles da inserire nella “Beatles Anthology”. La versione inclusa nella “John Lennon Anthology” presenta un arrangiamento d’archi curato da George Martin (nei primi mesi del 1998) che esalta le potenzialità della linea melodica. “Grow old with me” è animata da una profondità di sentimenti eccezionale ed esprime una visione dell’amore di rara complessità e maturità. Commuove (alla luce di quanto accadde poi) la certezza da parte di John che il meglio debba ancora venire.

TRACKLIST

01. I’m stepping out (John Lennon)
02. Sleepless night (Yoko Ono)
03. I don't wanna face it (John Lennon)
04. Don't be scared (Yoko Ono)
05. Nobody told me (John Lennon)
06. O' sanity (Yoko Ono)
07. Borrowed time (John Lennon)
08. Your hands (Yoko Ono)
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