«SOUL'S CORE - Shawn Mullins» la recensione di Rockol

Shawn Mullins - SOUL'S CORE - la recensione

Recensione del 08 mag 1999

La recensione

Se da noi non passa giorno senza che nascano i nuovi Baglioni o i nuovi Litfiba (che fortuna), in America non c’è casa discografica che non tiri fuori dal cappello a ogni piè sospinto il nuovo “street poet”, epigono di Bob Dylan ma soprattutto di Kris Kristofferson. Quasi sempre questi giovanotti si trascinano per un paio di anni prima di andare in pappa non appena la bibbia rollingstona, perennemente distratta da gruppi dai vestiti più sgargianti, ha citato il loro nome in piccolo, di corsa. Il caso di Shawn Mullins è diverso. Per tanti e tanti anni questo vagabondo nato ad Atlanta ha inciso i suoi dischi per l’etichetta da lui fondata, contentandosi di rimanere nel suo brodo. Poi, il caso ha proiettato la sua “Lullaby” nell’etere radiofonico. Il brano, che sposa il folk-rock a una costruzione simil-rap, ha fatto vibrare anche i cuori degli yankees nordisti, portando Mullins in testa alle charts e ad un passo dal Grammy. Quel che sorprende è che il biondastro sembra rimasto immune agli ultimi vent’anni di musica: sul suo piatto (compact disc? E cosa sarebbe?) c’è probabilmente da anni un disco di Arlo (più che Woody) Guthrie. Tra una ballata e un’impennata rock, qualche cocciuto tentativo di sottrarre la batteria elettronica all’hip-hop e tanti impasti acustici, domina il disco la voglia di cantare storie accompagnandosi con la chitarra, di cantare quello che ha visto tra il golfo del Messico e Seattle, Hollywood e Nashville. Sì, è l’America on the road, quel luogo comune che non è comune per niente, quello che Mtv non può raccontare, e che Mullins e chi lo ha preceduto cercano di trasmettere perché semplicemente non possono farne a meno. “Soul’s core” si può definire in mille modi tristemente vicini al cliché: disco dolce, malinconico e pieno di vento, nuvole e sabbia. Ma fondamentalmente americano, dall’inizio alla fine. Nel senso migliore del termine.
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