«THE DEFAMATION OF STRICKLAND BANKS - Plan B» la recensione di Rockol

Plan B - THE DEFAMATION OF STRICKLAND BANKS - la recensione

Recensione del 03 giu 2010 a cura di Luca Bernini

La recensione

Solo uno che mentre compone fa l’amore con la musica può scrivere una canzone come “Love goes down”, brano d’apertura di questo album, il secondo di Plan B dopo lo stupefacente debutto del 2006 “Who needs action when you got words”, tutto rabbia e hip hop targate East London. “The defamation of Strickland Banks” è un atto d’amore nei confronti della musica con cui Ben Drew è cresciuto, il soul della Motown, della Stax, i falsetti di Smokey Robinson e le angosce esistenziali di Marvin Gaye, i break di fiati di Sam & Dave e chi più ne ha più ne metta. Ha visto giusto chi lo ha definito un incrocio tra Eminem e Smokey Robinson, perché sono propri questi i due mondi di riferimento che sono al centro della musica di Plan B, o forse dovremmo dire del suo alter ego di questo episodio, Strickland Banks, cantante di soul inglese ossessionato dal suono black degli anni ’60. E’ lui il protagonista di questo concept album in cui alla scalata al successo e alle difficoltà che arrivano inevitabilmente quando si arriva in cima fa seguito una caduta negli inferi inspiegabile quanto fatale: la “defamation” arriva puntuale, a screditarlo di ogni virtù, lasciandolo in mano alla giustizia per una resa dei conti che rimane sospesa nel finale.
Plan B prepara magistralmente il terreno per le avventure del suo alter ego, mette insieme l’estro insolente di Eminem e il talento architettonico di Kanye West, recupera il suono di un’epoca e registra un concept album che per intensità, poesia e felicità musicale, farebbe orgoglioso Marvin Gaye nell’alto dei cieli del soul. Tutto è semplice, in questo disco, tutto è indovinato e riuscito, tutto sembra essere ispirato da una vocazione confessionale che serve a scrivere e a finire un album preservandone intenzione e purezza.
Sono in diversi, in questi anni, ad aver accampato nei confronti di Ben Drew accuse di vario tipo, dipingendolo come un vero teppista finto proletario proveniente dalla zona “bene” dell’East London (Forest Gate è l’area residenziale di Newham, municipio londinese ad alta densità multirazziale): i suoi testi a base di droghe, stupri, sesso con minorenni e omicidi hanno fatto il possibile per mantenerlo all’altezza della fama di “maledetto” costruita dal 2006. Ma qualcosa, con questo album, sembra essere cambiato: Strickland Banks fa maledettamente sul serio, la musica parla ai cuori e non può che mettere tutti d’accordo: è già successo in Gran Bretagna (dove l’album è andato dritto al numero uno in classifica), difficile che non succeda altrove. Un album così sprigiona il suo potere su tutti, poliziotti e spacciatori, musicisti e giornalisti, b-boys e inamidati soul singers. Tutti re per una notte, nell’immaginario Apollo Theatre firmato Plan B.

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