«TRUE LOVE CAST OUT ALL EVIL - Roky Erickson» la recensione di Rockol

Roky Erickson - TRUE LOVE CAST OUT ALL EVIL - la recensione

Recensione del 04 giu 2010 a cura di Marco Jeannin

La recensione

Ho sempre pensato che la regola grafica “scrivi scuro, leggi chiaro” si potesse applicare a più campi. Mettere nero su bianco significa fare chiarezza, non lasciare spazio a dubbi ponendo sul piatto tutto quello che va detto senza tralasciare nulla per avere qualcosa di scritto e tangibile, tradurre un’idea in qualcosa di concreto, a volte una vita intera. Un’operazione che spesso richiede tempo e tanta pazienza, specialmente se la vita che si va a raccontare è quella di un uomo come Roky Erickson. Il Roky Erickson che nel 1965 ha fondato una delle band simbolo del rock psichedelico, i 13th Floor Elevators. Il Roky Erickson dedito all’uso di droghe di ogni genere, più volte arrestato e messo in manicomio per gli evidenti disturbi mentali (schizofrenia) dovuti ad anni di eccessi. Il Roky Erickson di cui da quindici anni non si sapeva praticamente nulla fino a che nel 2008 compare prima su un ep degli scozzesi Mogwai e poi dal vivo con gli Okkervil River. E con questi ultimi decide che forse è arrivato il momento di tirare le somme, di mettere finalmente nero su bianco tutta una vita che ha sempre avuto bisogno di ordine, ma che di ordinario non ha avuto mai nulla. Roky Erickson oggi è un uomo di sessantatré anni, con barba bianca e occhi che hanno un bel po’ da raccontare. E’ così che compare sulla copertina di “True love cast out all evil”, album di dodici inediti scelti con Will Sheff degli Okkervil River tra sessanta pezzi scritti nell’arco di quasi cinquant’anni. Un bel riassunto/confessione che attraverso ballate soffici quasi folk e momenti più elettrici e rock mette a nudo le ossessioni e la redenzione di un uomo che ne ha veramente viste di tutti i colori, e non solo in termini di allucinazioni psichedeliche. “True love cast out all evil” si apre con una vecchia registrazione “Devotional number one” su cui s’innesta una batteria di archi e un tocco di chitarra elettrica: l’inizio di una storia che parte da lontano. C’è qualcosa della malinconia di Tom Waits in “Ain't blues too sad” dove Erickson inizia a raccontarsi pacatamente per poi crescere di intensità nella ballata folk elettrica “Goodbye sweet dreams”, un inno disilluso che precede il quasi gospel “Bring back the past”. E qui si inizia a tastare con mano l’apporto che gli Okkervil River, presenti nell’intero album come band di accompagnamento, danno in termini di arrangiamento: spuntano i fiati e il ritmo si fa più cadenzato per una ballad dal sapore decisamente tradizionale ma che nessuno, ahimè, sa fare più. Una dichiarazione d’amore semplice e delicatissima: “I don’t care what they say / I don’t care what they think / I love my family always”. “Bring back the past” alza nuovamente il ritmo prima di uno dei pezzi più intimi dell’intero album, quella “Please judge” già sull’ultimo album di Erickson, “All that may do my rhyme” del 1995, che traduce in un leggero crescendo elettrico e velatamente psichedelico le paranoie di un uomo che chiede un giudizio. Giudizio severo e aggressivo che arriva con “John Lawman”, vera anima rock dell’album. Dal punto più basso poi non resta che risalire e i primi spiragli di luce arrivano con la titletrack “True love cast out all evil”, speranza arrangiata alla maniera dei SoulSavers con Mark Lanegan. Una speranza che si spera duri finalmente per sempre con “Forever” e “Think of as one”, dove gli Okkervil River si prendono un po’ più di spazio emergendo più chiaramente dallo sfondo guadagnandosi la platea. Conclusione circolare con le distorsioni elettriche di “Birds'd crash” che precedono l’epilogo lo-fi che fa coppia con l’introduzione e chiude in tutt’altra atmosfera il racconto di una vita. Di nuovo tornano gli archi e la cupa malinconia dei primi pezzi si schiude finalmente in luminosa speranza per una vita che rinasce. “True love cast out all evil” parla attraverso immagini dai toni scuri ma che permettono a noi di vederci chiaro, in dodici semplici mosse e con una delicatezza invidiabile. E’ un disco commovente che segna un ritorno atteso da tanto tempo, un disco che ci consegna un Roky Erickson che va ben oltre l’esser in grado di intendere di volere: un uomo nero su bianco.

Segui Rockol su Instagram per non perderti le notizie più importanti!

© 2020 Riproduzione riservata. Rockol.com S.r.l.
Policy uso immagini

Rockol

  • Utilizza solo immagini e fotografie rese disponibili a fini promozionali (“for press use”) da case discografiche, agenti di artisti e uffici stampa.
  • Usa le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, utilizzate ad esclusivo corredo dei propri contenuti informativi.
  • Accetta solo fotografie non esclusive, destinate a utilizzo su testate e, in generale, quelle libere da diritti.
  • Pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse in utilizzo da fotografi dei quali viene riportato il copyright.
  • È disponibile a corrispondere all'avente diritto un equo compenso in caso di pubblicazione di fotografie il cui autore sia, all'atto della pubblicazione, ignoto.

Segnalazioni

Vogliate segnalarci immediatamente la eventuali presenza di immagini non rientranti nelle fattispecie di cui sopra, per una nostra rapida valutazione e, ove confermato l’improprio utilizzo, per una immediata rimozione.