"I am not Jesus - though I have the same initials"... Jarvis Cocker non è il tipo da cui aspettarsi dichiarazioni programmatiche di umiltà e buonismo. Sopra le righe, il leader dei Pulp ci si trova bene. "Ho 33 anni, letà in cui Cristo fu crocefisso", continua "Dishes"; "mi piacerebbe mutare lacqua in vino, ma è difficilissimo - e comunque, prima devo finire di asciugare i piatti". Cotanta irridente ambizione si mescola con la grande padronanza di almeno due decenni di pop inglese, per produrre il nuovo attesissimo cocktail dei Pulp, che con "Different class" (1995) rappresentarono uno dei fulmini a ciel sereno del panorama britannico di questi anni 90. Ma il tempo dei giochi è finito, e i Pulp del 1998 hanno la testa infilata in una sorta di superiore decadentismo che porta allocchiello (scusate lovvietà) fiori i cui semi furono gettati anni fa da un tizio che si faceva chiamare Ziggy Stardust. Lomaggio più evidente è "Party Hard", che meriterebbe di essere inclusa in una ristampa di "Scary Monsters". Cocker e soci (ivi compreso il produttore Chris "a rieccolo" Thomas) dimostrano una frequentazione Bowiana appassionata: cè tutto, dallimpostazione vocale a certi fregi chitarristici a metà tra Fripp e Alomar.
Cè anche molto oro, in "This is hardcore", ma dovrete armarvi di piccone e scavarlo da voi: non aspettatevi gli ammicchi di "Common people" o "Sorted for Es & Wizz". No, i Pulp di oggi mandano avanti come singoli "Help the aged" e "This is hardcore", aprendo lalbum con langosciosa "The fear". Di conseguenza, a un primo ascolto il disco pare: 1) cupo; 2) molto Bowiano. Pure troppo. Col tempo invece, una volta dato a Bowie quel che è di Bowie e a Cocker quel che è di Cocker, potrà sbocciare lamore per un disco prezioso, che ha scelto di complicarsi la vita. Sicuramente farà fatica a passare per radio, ma non a conquistarsi un seguito "cult".