«QUEEN OF DENMARK - John Grant» la recensione di Rockol

John Grant - QUEEN OF DENMARK - la recensione

Recensione del 24 mag 2010

La recensione

John Grant, chi è costui ? A dare retta e credito ai tipi di Mojo – come spesso e con soddisfazione facciamo - il suo disco d’esordio “Queen of Denmark” potrebbe e dovrebbe essere una delle rivelazioni più interessanti del 2010. A dare uno sguardo al curriculum vitae di questo artista si scopre che il ragazzo non è un novizio alle prime armi digiuno di vicende discografiche. Prima di tentare la via in solitaria si è lasciato alle spalle un’avventura dalle alterne fortune chiamata Czars della durata di una decina di anni condita da cinque album in quel di Denver fino a quando, un giorno, svegliandosi il mattino si rese conto, come a volte accade, che la magia era svanita ed era venuto il tempo di lasciare le montagne del Colorado e traslocare nella Grande Mela per mettere i suoi talenti al servizio di Flaming Lips e Midlake. Proprio mentre stava lavorando con i texani Midlake alla loro ultima e pregevole fatica "The courage of others" - così ci piace immaginare - tra un cazzeggio e l’altro in sala di incisione qualcuno ha urlato al suo indirizzo “dai John perchè non ci fai sentire cosa hai scritto?”. La band si innamorò immediatamente di quelle canzoni, si innamorò a tal punto da mettersi al servizio di questo quarantaduenne dalla voce ora profonda e baritonale ora delicata e flebile come il soffio del vento nel deserto.
Così vede la luce “Queen of Denmark”, dodici canzoni dalle liriche profonde e personali che parlano di sofferenza e difficoltà, di sogni e delusioni con grazia ed equilibrio evitando di cadere nell’abisso della pesantezza senza fondo. Musicalmente i riferimenti agli anni settanta sono molti e immediatamente riconoscibili, rispetto al cocktail a base di folk e psichedelia servito dai Midlake John Grant ci aggiunge un sentore di pop ricordando alcune aperture di David Bowie e mandando la memoria a pescare similitudini con i migliori cantautori armati di pianoforte, in primis, per affinità vocale, Billy Joel senza dimenticare Elton John. L’unico appunto che si può muovere a questo disco è che un paio di canzoni in meno lo avrebbero reso meno prolisso e indimenticabile. Il migliore complimento che gli si può fare è assicurare i lettori che questo è uno di quei dischi al di fuori delle mode del momento che si ritroverà sempre con piacere perchè contiene in sè un piccolo grande segreto: si compone di belle canzoni.


(Paolo Panzeri)
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