«DIAMOND EYES - Deftones» la recensione di Rockol

Deftones - DIAMOND EYES - la recensione

Recensione del 24 mag 2010 a cura di Marco Jeannin

La recensione

Il quattro novembre del 2008 il bassista dei Deftones, Chi Cheng, è vittima di un gravissimo incidente automobilistico. La band di Chino Moreno ha praticamente completato le registrazioni del nuovo lavoro dal titolo “Eros” ed è pronta alla pubblicazione. L’evento tragico sconvolge i piani de gruppo, l’uscita di quello che dovrebbe essere il sesto album in studio viene stoppata e il disco messo da parte in attesa di una completa riabilitazione del compagno ridotto in fin di vita. “Diamond eyes” parte da qui, da un colpo di scena inatteso nella vita di una band in attività addirittura da fine anni Ottanta, una band che ha praticamente contribuito alla nascita di un genere a metà strada tra l’alternative, il grunge e il metal, che cova al suo interno semi di shoegaze, elettronica e non contento strizza pure l’occhio al rap. L’hanno battezzato “nu metal”, con quel tono un po’ slang da “pessimo elemento” che fa tanto anni Novanta. E i Deftones da allora si sono messi in cima alla lista, a fare da punto di riferimento per le svariate centinaia di imitazioni che nel corso degli anni hanno cercato di raccoglierne il testimone. Personalmente ho sempre avuto un debole per Chino Moreno e compagnia, ho amato profondamente “Around the fur” e ritengo “White pony” un piccolo capolavoro di genere. E benché i capitoli successivi per quanto in tono minore, si siano rivelati comunque all’altezza e di grande qualità – mi riferisco all’omonimo “Deftones” (che tra l’altro si avvale di una delle migliori track d’apertura di sempre, “Hexagram” e di un singolo bomba come “Minerva”) ma soprattutto al sottovalutatissimo “Saturday night wrist” - dei Deftones oramai si parla solamente come di una band superata. Il loro nome è scritto piccolino in basso nei cartelloni dei festival estivi e spesso e volentieri vengono rilegati a fare da spalla a qualche band momentaneamente più quotata. Poi però salta fuori un disco come “Diamond eyes”, arriva il momento in cui per forza si deve fare mente locale ed ecco che i Deftones tornano alla ribalta. Provate a farvi un giro in rete, sui vari siti di NME, Allmusic e via dicendo: tutti concordi nel promuovere a pienissimi voti “Diamond eyes” con parole di ammirazione e stima. E aggiungerei giustamente, perché “Diamond eyes” è davvero l’ottimo disco di cui si fa un così ben parlare. Il classico disco della maturità pienamente raggiunta, nato come “riserva” in un momento in cui la band ha sentito il bisogno di saldare i legami che la tengono unita per far fronte a un evento che l’ha sconvolta fino alle fondamenta. Ecco allora che i testi di Moreno, come sempre di grandissimo livello, si alleggeriscono del peso del disagio che fino ad ora ha permeato quasi l’intera produzione lirica della band (in puro stile grunge), rivestendosi di una vitalità assolutamente nuova e quanto mai necessaria. Dall’altra parte il sound rimane quello pieno e corposo degli inizi, più vicino allo stile di “White pony” rispetto alla furia incontenibile dei primi capitoli. Il disco, che vede al basso Sergio Vega al posto di Cheng, si apre con la bella titletrack alla “Knife party”, “Diamond eyes”, adatta anche ai palati non abituati al genere, seguita a ruota dalle più aggressive “Royal” e “CMND/CTRL” (ottima). La prima menzione speciale arriva per “You’ve seen the butcher”, metal grezzo e secco che si trasforma e prende respiro cedendo alla rarefazione del cantato di Moreno. Atmosfere tipicamente Deftonesiane, viscerali, un vero marchio di fabbrica che si ripresenta in “Beauty school”, “Prince” e nel potente singolo “Rocket skates”. “Sextape” è uno dei più evidenti omaggi ai Cure che la band abbia mai prodotto, un pezzo che sembra scritto da Robert Smith in persona con l’aggiunta di un tappeto di chitarre compatto e qualche feedback giusto per ricordare che è dei Deftones che stiamo parlando. La tripletta finale si apre con “Risk”, un pezzo che non si fatica a credere dedicato all’amico in difficoltà (“You can’t talk, I’m anxious / I will save your life, for you”), seguita dall’intensa “976 - EVIL” e dalla conclusiva “This place is dead”. “Diamond eyes” colpisce dunque per profondità e stratificazione. E’ un disco che si fa ascoltare ripetutamente mettendo in luce ogni volta dettagli nuovi e affascinanti, ma soprattutto una grandissima solidità di fondo. I Deftones dopo l’incidente di Cheng avrebbero potuto comprensibilmente mollare la baracca. Non l’hanno fatto e per tutta risposta è arrivato un album come “Diamond eyes”. Se questa non è una grande band…

Segui Rockol su Instagram per non perderti le notizie più importanti!

© 2020 Riproduzione riservata. Rockol.com S.r.l.
Policy uso immagini

Rockol

  • Utilizza solo immagini e fotografie rese disponibili a fini promozionali (“for press use”) da case discografiche, agenti di artisti e uffici stampa.
  • Usa le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, utilizzate ad esclusivo corredo dei propri contenuti informativi.
  • Accetta solo fotografie non esclusive, destinate a utilizzo su testate e, in generale, quelle libere da diritti.
  • Pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse in utilizzo da fotografi dei quali viene riportato il copyright.
  • È disponibile a corrispondere all'avente diritto un equo compenso in caso di pubblicazione di fotografie il cui autore sia, all'atto della pubblicazione, ignoto.

Segnalazioni

Vogliate segnalarci immediatamente la eventuali presenza di immagini non rientranti nelle fattispecie di cui sopra, per una nostra rapida valutazione e, ove confermato l’improprio utilizzo, per una immediata rimozione.