«THE WONDER SHOW OF THE WORLD - Bonnie 'Prince' Billy» la recensione di Rockol

Bonnie 'Prince' Billy - THE WONDER SHOW OF THE WORLD - la recensione

Recensione del 10 mag 2010 a cura di Davide Poliani

La recensione

Avercene, di gente come Will Oldham. Uno capace di spedire sugli scaffali dei negozi sedici album in diciassette anni senza farsi mancare tour, collaborazioni e quant'altro. Uno che di passi falsi, tutto sommato, non ne ha mai fatti, nonostante una produzione elefantiaca, difficile da reggere in termini di qualità e di livello anche per songwriter di razza anche più famosi e celebrati. Eppure Oldham - o Bonnie Prince Billy che dir si voglia - un segreto deve averlo, per evitare di inciampare. E il segreto potrebbe essere proprio il mutare sempre, di anno in anno, di tour in tour: senza cambiare le carte in tavola, ovviamente, ma limitandosi a variare tanti piccoli dettagli, lavorando di lima sull'impercettibile. Chi l'aveva visto per più di una serata un anno e mezzo fa, nel milanese, suonare nelle chiese con Emmett Kelly - che sotto lo pseudonimo di Cairo Gang firma questo "The Wonder Show of the World", può avere un idea di che cosa si stia parlando. Oldham e Kelly padroneggiano la materia che trattano con una perizia che di eguali ne ha pochi, e consci della propria grazia si permettono di giocare sulle pennellate leggere, o meglio leggerissime. Il songwriting, ca va sans dire, non è in discussione: la mano di Oldham si vede - anzi, più qui che in altri casi - riportando alle orecchie la severa bellezza di lavori come "Master and everyone", la nuda, inconfondibile, essenzialità del suo scrivere. Ci pensa Kelly, stavolta, a vestire le canzoni con impeccabili fingerpicking di acustica, con ricami tanto discreti sulla curva dei decibel quando intriganti e fondamentali negli equilibri dei dieci episodi che compongono il disco. Un disco da ascoltare ad alto volume, non in mezzo al casino, per gustare ogni ombra che si sposta, ogni piccola sfumatura, ogni voce che si fa strumento: benché chi apprezza Oldham riconoscerà in "The Wonder Show of the World" la quintessenza della sua scrittura, qui manca la ruvidità che ci si aspetta di solito dall'imperscrutabile cantastorie di Louisville. C'è la genuinità, c'è tutta l'autenticità del suo songwriting - sempre spoglio ed estremamente sobrio - ma, questa volta, c'è anche qualcosa in più, che, invece di distrarre o snaturare quella che è l'essenza del suo scrivere, la va ad impreziosire, permettendoci di apprezzare ancora di più i frutti della penna di uno dei più grandi cantautori viventi. Proprio così: sedici album indiciassette anni, e ancora un altro centro.

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