«HEAVEN IS WHENEVER - Hold Steady» la recensione di Rockol

Hold Steady - HEAVEN IS WHENEVER - la recensione

Recensione del 06 mag 2010

La recensione

E' uno strano caso, quello degli Hold Steady. Il nuovo disco, "Heaven is whenever" doveva essere quello della consacrazione di una band di cui si parla molto "nei giri giusti". E' il quinto, ed è il primo a rompere la regola che questo gruppo si è dato in controtendenza ai ritmi moderni: un album all'anno. Esce infatti a due anni di distanza da "Stay positive", anche se in mezzo c'è stato un live.
Doveva essere il disco della consacrazione, dicevamo: gli Hold Steady arrivano dal rock indipendente americano, ma con il loro rock epico e retro sono riusciti a scalfire la tradizionale diffidenza che in quei giri si ha verso chi si rifà a Springsteen. Il rock indipendente più recente - anche quello italiano - vede il Boss come un artista vecchio e fuori moda… Ma gli Hold Steady ricordano sì Springsteen, ma citano anche il rock indipendente americano degli anni '80, quello della Minneapolis dove è cresciuto il loro leader Craig Finn: Replacements, Soul Asylum, Husker Du (questi ultimi citati in "We can get together").
Sono pure approdati al David Letterman Show, dove hanno presentato il singolo "The weekenders", e fa un certo effetto vedere il loro cantante, un anonimo signore occhialuto, l'antitesi del rocker indipendente, eppure uno che sa raccontare storie dell'America con un tono che davvero pochi altri hanno o hanno avuto. "Heaven is whenever" è un signor disco, anche se ha suscitato reazioni contrastanti in America (Pitchfork gli ha assegnato un misero 6,2, per dire). Conserva il piglio epico tipico della band, spogliato dalle tastiere e dal piano che sapevano troppo di E-Street Band (il tastierista Franz Nicolay se n'è andato poco tempo fa), infila tre o quattro grandi canzoni (il già citato singolo, l'iniziale "The sweet part of the city", la conclusiva "A slight discomfort") e viaggia sempre sugli alti standard del gruppo. La vera differenza, in generale, è che è più basato sulle chitarre (e in questo ricorda davvero i Soul Asylum e i loro riff).
Insomma, preconcetti e menate indie-snob a parte, è ora che anche da queste parti ci si accorga degli Hold Steady, un gruppo davvero trasversale, di quelli che possono piacere sia a chi cerca un rock tradizionale e tradizionalista, sia a chi è più attento al mondo indipendente.

(Gianni Sibilla).

TRACKLIST

01. The Sweet part of the city
02. Soft in the center
03. The weekenders
04. The smidge
05. Rock problems
06. We can get together
07. Hurricane J
08. Barely breathing
09. Our whole lives
10. A slight discomfort
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