«MY BEST FRIEND IS YOU - Kate Nash» la recensione di Rockol

Kate Nash - MY BEST FRIEND IS YOU - la recensione

Recensione del 10 mag 2010 a cura di Franco Bacoccoli

La recensione

Kate Nash ha 22 anni e si è fatta inizialmente notare col singolo "Foundations" del giugno 2007; il disco anticipava l'album "Made of bricks", uscito due mesi dopo il singolo e piazzatosi al numero 1 in Gran Bretagna, 8 in Irlanda e ad un non disprezzabile 36 negli USA. Questo suo secondo lavoro, "My best friend is you", ha iniziato ad essere registrato nel marzo 2009. A giugno dello stesso anno è arrivato Bernard Butler, ex Suede nonché produttore di alcuni pezzi di "Rockferry"di Duffy. Il disco è stato completato nello scorso gennaio ed è uscito pochi giorni fa. Nel Regno Unito il lavoro è stato accolto in modo generalmente positivo ma con riserve. Guardian" e "Mojo" hanno ad esempio speso buone parole, così così l'NME, disco bruttino per "Q" ed "Uncut". "My best friend is you", che per la cronaca non si è spinto oltre il numero 8 in patria, probabilmente ha ricevuto il pollice verso da chi si attendeva un "Made of bricks 2"; così non è, come è giusto che sia perché i veri artisti guardano avanti e devono evolversi senza torcicollo. L'album è onorevole, piacevole, avrà il gradimento di chi segue l'ultima ondata di cantautrici della vecchia Gran Bretagna; soffre un vistoso crollo nella parte centrale e solamente gli ultimi pezzi lo fanno raddrizzare.
Si parte con "Paris", che tamburella impaziente; pezzo urgente, intimista in modo -si scusi l'ossimoro- plateale. "Kiss that grrrl" è una Lily Allen che ti sta più addosso, insieme leggera e incombente. Il testo parla semplicemente di una Kate che fa la gelosona perché il suo tipo è intrigato da un'altra. "Don't you want to share the guilt?" si dipana come una marcetta in punta di matita in cui il testo gioca una parte fondamentale.
"I just love you more" mostra l'altro volto di Kate e anticipa lo scivolone di metà disco: pezzo lontanissimo dai suoi abituali territori di caccia, è un brano di rock obliquo, claustrofobico, con strilli e implorazioni. Per "Do-wah-doo" c'è profumo di sweet Sixties, si saltella con spensieratezza solare e primaverile. Poi iniziano le rogne: di fila ecco tre canzoni delle quali si poteva benissimo fare a meno. Sono: "Take me to a higher plane", folkeggiante, con poche idee e ben confuse; "I've got a secret", leggermente mistica e ipnotica per tanto impegno e risultati scarsi; infine "Mansion song", bizzarro spoken word con ritmiche tribali, pezzo sperimentale veramente brutto. Fortunatamente l'artista basata a Londra riesce a mettere nuovamente in carreggiata la vettura sonica che stava sbandando. C'è "Early Christmas present", delicata ballatina il cui testo accusa un qualcuno d'aver mentito come uno spergiuro. C'è "Later on", una bella canzone sulle emozioni, delusioni e tristezze. C'è "Pickpocket", creazione intima e rotonda, molto personale e sentita. Poi si chiude su "You were so far away", da falò sulla spiaggia, falò britannico e non mediterraneo s'intende, e il sipario cala con "I hate seagulls", ninna-nanna folkerina che mette degnamente a riposo un album, tutto sommato, buono.

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