«WAKE UP THE NATION - Paul Weller» la recensione di Rockol

Paul Weller - WAKE UP THE NATION - la recensione

Recensione del 15 apr 2010

La recensione

E’ una “sveglia alla nazione” ma soprattutto ai suoi fan, il nuovo album di Paul Weller. All’inizio ti infastidisci e non ti ci raccapezzi, ma al settimo ascolto cominci a scorgere il senso della provocazione. Personalmente, avevo dissentito dalla decisione di licenziare Steve White e la sua miglior band di sempre, avendo apprezzato dischi “conservatori” come “Studio 150” e “As is now”. Ma alla fine aveva ragione Weller: il papà di tutti i Mod si era adagiato su un suono tosto, energico ma anche prevedibile e confortevole, e non era da lui. E allora ecco, di seguito, lo yin e lo yang: prima il “doppio” “22 dreams”, un album bucolico e psichedelico, pastorale e avventuroso. Ora “Wake up the nation”, un disco urbano e nervoso (possiamo dire incazzato?), caotico e denso. E ancora più avventuroso. Tutto consegue alle premesse: per la prima volta Paul non è arrivato in studio con la sacca piena di provini sagomati alla chitarra o al pianoforte. Tabula rasa: ha aspettato i nastri zeppi di suoni e di sibili, di effetti speciali e di “musica d’atmosfera” confezionati dal coproduttore Simon Dine e ha scritto testi e melodie all’impronta, di getto e a briglia sciolta. Ecco perché queste 16 canzoni-miniatura (2/3 minuti, come ai tempi dei 45 giri anni Sessanta e del punk) suonano così spiazzanti e a prima vista indecifrabili: sono piccoli microcosmi mutanti e multistrato che dicono addio alla linearità arrangiativa ed esecutiva di dischi come “Wild wood”, “Stanley Road” o l’ “As is now” di cui sopra. Con tutti quegli accordi discordanti, quei suoni sovrapposti, la voce spesso sopraffatta dagli strumenti, i cambi bruschi di ritmo e d’atmosfera si rischia di andare in cortocircuito, in information overload. Però Weller sa quel che fa, tira dritto e se ne frega con l’insolenza che gli è propria e che con gli anni è diventata un pregio. Di tutto e di più, in “Wake up the nation”: persino il ritorno clamoroso di Bruce Foxton, riconoscibilissimo al basso nella balbettante e rabbiosa “Fast car/Slow traffic”, i Jam di “All mod cons” e “Sound affects” proiettati in un gigantesco ingorgo stradale del Duemila. L’umore prevalente è rabbioso, chitarristico e rock&roll, ma con un piglio modernista, situazionista, futurista. La title track, un invito ad alzare le chiappe, mollare Facebook, spegnere il cellulare e reagire alla mediocrità imperante, lo conferma luddista e velenoso come non mai, e il coro da concerto di “Find the torch, burn the plans” è un sonoro fuck off all’indirizzo dei “politicanti” e dell’establishment (nel disco ce n’è anche per la famiglia reale…). La morte dell’amato papà John, l’anno scorso, lo istiga d’altra parte a indagare più a fondo sui temi della mortalità e della spiritualità, già molto presenti nel disco precedente: ed ecco la soprendente “Trees”, una suite in cinque movimenti liofilizzata in meno di quattro minuti e mezzo che ha per tema lo sfiorire dell’energia e della bellezza e lo svolge in un turbinio di music hall, beat, rock’n’roll e piano/voce gospel. Prendere o lasciare, è forse il pezzo più estremo di un disco adrenalinico che si inebria di rumorismo e dissonanza (in “7 & 3 is the striker’s name”, già edita come singolo, c’è lo specialista Kevin Shields dei My Bloody Valentine), che si avvolge in purpuree nebbioline psichedeliche (la science fiction ecologica di “Andromeda”, i due strumentali e “Pieces of a dream”, che a me ricorda addirittura Country Joe & the Fish a Monterey), che scarica a terra la tensione e l’elettricità in nonsense all’arma bianca come “Two fat ladies” e nell’andatura spavalda di “Grasp & still connect”, e che – ecco la continuità col passato – vive di omaggi e citazioni storiche: nell’assalto iniziale di “Moonshine” non c’è solo un piano alla Jerry Lee ma anche la batteria di Bev Bevan, a ricordare i tempi acidi e colorati dei Move; mentre in “No tears to cry” la presenza dietro i tamburi del settantaduenne Clem Cattini rimanda volutamente al dorato pop orchestrale di Dusty Springfield e dei Walker Brothers (ma anche ai colori latin soul del compianto Willy DeVille ), e “Aim high” (Paul risfodera il falsetto) omaggia la blaxploitation e il Bobby Womack di “Across 110th”. Come dice un’altra canzone, stavolta Weller ha alzato il dosaggio, e promette altri sfracelli per il futuro. Una sfida al suo pubblico? “Non c’è niente di male. E’ un modo di mostrargli rispetto, invece di tirar fuori la solita merda ogni anno”. Non usa perifrasi, magari continuo a preferire “Stanley Road”, ma come dargli torto?



(Alfredo Marziano)
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