«NEW AMERYKAH: PART II - Erykah Badu» la recensione di Rockol

Erykah Badu - NEW AMERYKAH: PART II - la recensione

Recensione del 07 apr 2010 a cura di Alessandra Zacchino

La recensione

E’ trascorso oltre un decennio dall’album che ci annunciava la filosofia musicale di Erykah Badu. “Baduizm” del 1997, si collocava nella rosa dei miracoli sonori che diedero vita al cosiddetto “neo-soul”, in un’epoca intrisa di r&b lascivo e privo di autentici valori. Il successo di quegli esordi, è però andato scemando negli anni, lasciando ancora in campo solo quanti hanno continuato ad avere voglia di lottare e perseverare nella missione di produrre buona musica, anche se per pochi eletti. Erykah Badu non si è mai tirata indietro, ne ha mai tentato ammiccamenti che l’aiutassero a tornare ai fasti di un tempo. Il suo “Baduismo” piuttosto, si è sempre spinto oltre, creando un mondo tutto suo, fatto di ambientazioni rarefatte e talvolta persino inospitali, ma quanti hanno continuato a credere in lei, hanno trovato la chiave d’accesso per decifrare il suo mondo e ne sono stati risucchiati come in un vortice. Così, due anni fa, Erykah lanciava “New Amerykah part one: 4th world war”, un album che introduceva un’idea di trilogia musicale post neo-soul, difficile da collocare nella moderna concezione musicale di r&b e hip hop. “Weird chic”, qualcuno l’ha definito, unendo l’innegabile eleganza vocale della cantante alla stranezza e al fascino del suo personaggio. Di certo, lei suggerisce un’idea futuristica di un soul cha ha radici molto, molto lontane.
“New Amerykah part two: return of the ankh”, in realtà non sembra essere una logica conseguenza del suo predecessore, suggerendo che dietro alla serie “New Amerykah” ci sia un progetto avulso da continuità tematiche e stilistiche, indicando che l’unico trait d’union sia proprio Erykah Badu e il suo magico mondo. Ciò detto, mentre il suo predecessore s’inseriva in un contesto pre-Obama dalle indubbie connotazioni politiche e sociali, “Part two”, si concentra piuttosto sulle faccende di cuore. Dal senso di rottura di “20 feet tall” in apertura, sino ai dieci minuti della vulnerabile “Out my mind. Just in time”, la Badu scompone il tema ampiamente noto dell’amore e lo priva dei suoi clichè romantici, consegnando una visione più terrena dei sentimenti, non tanto in un’ottica universale, quanto dalla sua prospettiva unica e personale. Così, canzoni come “Love”, trovano il compianto produttore hip hop J Dilla a forgiarne i contorni e “Fall in love (your funeral)”, si muove in un quasi dichiarato omaggio a Notorious B.I.G., ripercorrendo passaggi da “Warning”, ma utilizzando campioni da “Intimate friends” di Eddie Kendricks (usato di recente da Alicia Keys). Questo tipo di approccio, si ripete con successo in “Turn me away (get munny)”, dove la cantante sceglie un campione di Sylvia Striplin tratto da “You can’t turn me away”, ma utilizzando la versione dei Junior M.A.F.I.A. (gruppo sotto la protezione di Notorious B.I.G.) di “Get money”.
Attraverso le nuove canzoni di “New Amerykah part two”, Erykah Badu sottolinea che anche un tema semplice come l’amore, universalmente condiviso e ampiamente documentato, non corrisponde necessariamente con la scelta più facile. L’amore, forse più di tutto il resto, è pieno di insidie e trattarlo fuori dagli schemi soliti delle canzoni, è tutt’altro che facile, soprattutto quando si ha l’ambizione di fare buona musica. La Badu non ha mai voluto scegliere la via più comoda e anche stavolta, resta fedele a se stessa e al suo magico mondo.

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