«H.E.R.O.I.N. - Motel Connection» la recensione di Rockol

Motel Connection - H.E.R.O.I.N. - la recensione

Recensione del 27 mar 2010 a cura di Ercole Gentile

La recensione

Si è sempre faticato a vedere i Motel Connection come una formazione “indipendente” dalla figura di Samuel. Il frontman dei Subsonica richiama indubbiamente su di sé attenzione mediatica e popolare e questo talvolta ha messo, involontariamente, in ombra la musica del trio completato da Pierfunk (ex bassista degli stessi Sub) e DJ Pisti. Basta però osservarli suonare dal vivo per capire come questa creatura sia un collettivo, un vero gruppo aperto anche all'esterno come già vollero farci intendere lo scorso anno quando pubblicarono il singolo “H.E.R.O.I.N.” e comunicarono di aver collaborato alla realizzazione di un videogioco, di un fumetto e di un interessante progetto del Politecnico di Torino dedicato alla sostenibilità ambientale. Qualche data live e poi il silenzio. Il 5 marzo però ecco che “H.E.R.O.I.N.” si trasforma in un vero e proprio disco, il terzo se si escludono le due colonne sonore realizzate per le pellicole “Santa Maradona” e “A/R Andata + Ritorno”.
L'impressione è quella di un album maggiormente eterogeneo e meno “clubbing” rispetto ai precedenti lavori, un disco nato e cresciuto con calma e con la voglia di divertirsi, senza alcuna pressione o particolare aspettativa. I musicisti Samuel e Pierfunk contro il DJ Pisti, affiancato però dal produttore Stefano Fontana (Stylophonic). L'inizio in realtà include forse i pezzi più electro dell'album: “Automatic” e “Uppercut”, due canzoni che iniziano decisamente nel club (con la cassa dritta il primo, con suoni minimal il secondo), ma che poi si addolciscono grazie soprattutto al cantato di Samuel che, come nel resto del disco, diventa parte fondamentale delle canzoni e non semplicemente un “sample” ripetuto all'infinito come spesso accade nella musica elettronica. Questo sicuramente da un fattore più umano alle tracce, ma d'altra parte toglie parte della carica danzereccia.
In “I Would prefer not”, per esempio, le parole assumono una grande importanza (“New agers, outsiders, something's gonna kill your shopping”) seppur su una base che si rifà a suoni Eighties, sorretti dalla cassa dritta.
La formula convince in alcuni brani come la title-track, con il suo retrogusto hip-hop miscelato alla perfezione con l'elettronica, meno nella conclusiva “Heal” troppo lenta e sbiadita. C'è poi spazio per un convinto ritorno al club con “Boy and girl (remix 2010)”, l'episodio più minimal-techno del lotto e anche per tirare il fiato con due “lenti” niente male, in bilico tra suoni minimali ed acustici, come “All right” e “Sun”.
Insomma, “H.E.R.O.I.N.” è un disco che va apprezzato per tutto il lavoro e la bella filosofia di interazione tra le varie arti e tecnologia, forse un po' meno per il risultato finale: un disco ben costruito e discreto, ma che non riesce fino in fondo a conquistare né il cuore né ne le gambe. Se vi capita non fatevi scappare però la possibilità di vederli dal vivo: in quel caso le danze sono assicurate.

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