«LOVE - Boyz II Men» la recensione di Rockol

Boyz II Men - LOVE - la recensione

Recensione del 18 feb 2010 a cura di Alessandra Zacchino

La recensione

A due anni di distanza dal successo di “Motown: a journey through hitsville USA”, i Boyz II Men si avvalgono nuovamente dell’esperienza e della popolarità del produttore Randy Jackson per assemblare un nuovo album di cover: “Love”. A differenza di quel disco e di “Throwback” del 2006, stavolta le canzoni scelgono il tema comune dell’amore, ma per svilupparlo, i Boyz II Men spaziano tra i generi musicali e i decenni. Forse ispirandosi al loro amico Michael Buble (qui presente come ospite speciale nello standard “When I fall in love”), i tre di Philadelphia, puntano in alto e si augurano di bissare e superare l’ottima accoglienza del loro precedente album di cover dedicato ai successi Motown. Per raggiungere il traguardo, la chiave individuata sembra essere quella di unire le straordinarie capacità vocali di Wanya Morris, Nate Morris e Shawn Stockman con alcune ballate famose, scelte tra quelle che nessuno si aspetterebbe di ascoltare dai Boyz II Men. Coraggiosamente quindi, dopo due album con chiara impronta soul, funk e r&b, il trio si avventura nel pop/rock e negli standard, senza tuttavia sacrificare le loro ben note qualità vocali. Ingaggiati alcuni dei musicisti di Prince, scelte le canzoni d’amore da interpretare, affinate le armonizzazioni, i Boyz II Men sono partiti per questa nuova avventura che, pur lasciandoci un po’ dubbiosi all’inizio per via dei titoli selezionati, finisce col convincermi. Così, l’album si apre con “I can’t make you love me” di Bonnie Raitt, per poi proseguire con “Amazed” di Lonestar, “Could it be I’m falling in love” degli Spinners, passando dalla celebre “If you leave me now” firmata Chicago. C’è spazio per gli standard come “Misty blue” e “When I fall in love” (quest’ultima con Michael Buble che ricambia il favore, dopo la partecipazione dei Boyz II Men ad un suo album). C’è la versione acapella di “Time after time” di Cindy Lauper, “Iris” dei Goo Goo Dolls, “Cupid” di Sam Cooke, “In my life” dei Beatles, “Shining star” dei Manhattans, “Open arms” dei Journey e “Back for good” dei Take That. Questi titoli, già illustrano chiaramente che aria tira nell’album “Love” e conoscendo lo stile dei tre ragazzi (purtroppo penalizzato da qualche anno dall’assenza dell’insostituibile Michael McCary, ritiratosi dalle scene per problemi di salute) e quello del produttore Randy Jackson (popolare giudice del programma tv “American idol”, non uno dei fratelli del compianto Michael Jackson), non è difficile prevedere il risultato finale. “Love” è un album piacevole che si inserisce in una tendenza dove cimentarsi nelle cover è diventato fenomeno inflazionato: oltre al fortunato caso Buble, siamo nella generazione di “Glee”, “X Factor” e “American idol”. I Boyz II Men provano a fare la differenza, giocando la carta della loro esperienza, reputazione e le loro antiche glorie. Sono riusciti a ricostruirsi una carriera e un nuovo futuro già da qualche anno. Tentando la strada delle cover senza limiti temporali, di generi e stili, i Boyz II Men si sono assicurati la possibilità di attingere ad un repertorio virtualmente illimitato tra cui scegliere per le prossime uscite discografiche. Forse non torneranno a vendere altri 60 milioni di dischi o come Michael Buble a raggiungere le alte sfere delle classifiche, ma così la longevità è assicurata.

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