«SATURDAY - Ocean Colour Scene» la recensione di Rockol

Ocean Colour Scene - SATURDAY - la recensione

Recensione del 16 feb 2010

La recensione

Si dice che per fare un bel disco ci vogliano tre ingredienti essenziali: belle canzoni, che “suonino” nel modo giusto e siano eseguite in maniera convincente. Beh, nel nuovo album degli Ocean Colour Scene succede. Arrivata al bel traguardo del nono album, la band di Simon Fowler e Steve Cradock sembra in forma come e più di quando, nella seconda metà degli anni ’90, incideva per una major e dettava legge nelle classifiche inglesi. Non hanno mai avuto la faccia tosta e la ribalderia degli Oasis, gli OCS, neppure lo spirito inquieto e i guizzi spiazzanti di un Damon Albarn. Ma se uno come Paul Weller ha fatto di Cradock il suo braccio destro (“22 dreams” gli deve molto) ci sarà un perché. “Saturday” ripropone la band di Birmingham nella sua specialità, Brit Pop e Sixties revival mescolati a regola d’arte, con le manopole dei Marshall a massimo volume e una bella collezione di strumenti vintage al servizio del prodotto finale (impeccabile alla console Gavin Monaghan, già produttore degli Editors). In sintonia con il titolo e le luci al neon in copertina è un disco “up”, vibrante, festaiolo, energico. Da sabato sera, appunto. Anche quando accenna a temi deprimenti come la crisi finanziaria imperante: “100 floors of perception”, con quel titolo psichedelico d’antan, scalda subito i motori sfoderando ritmo incalzante e power chords degni degli Who, nel più puro stile Mod rock. La title track e “Old pair of jeans” seguono in scia a tempo di boogie mandando all’attacco le Gibson e le Danelectro di Cradock, ma in serbo i nostri quarantenni hanno anche ballate che lasciano il segno: qui le highlights si chiamano “Just a little bit of love” (con un incipit liquido e malinconico squisitamente pinkfloydiano) e soprattutto “Harry kidnap”, commovente elegia con quartetto d’archi dedicata allo scomparso padre di Weller, John. Il Modfather, ci mancherebbe, è una fonte di ispirazione costante (qualche giorno fa, a Coventry, è salito sul palco con loro per una rauca versione di “Piece of my heart”: guardetevi il filmato su YouTube ), gli Oasis sono un punto fisso all’orizzonte (“The word” è un’altra bella ballad in stile Gallagher), ma piace e diverte soprattutto il gioco vivace, raffinato e mai lezioso del loro rock rétro: il clarinetto, la voce filtrate e l’atmosfera old time di “What’s mine is yours” sono clamorosamente maccartneyane (periodo“Sgt. Pepper”/doppio bianco), il sitar, le chitarre filtrate, gli effetti psichedelici e i controtempi di batteria di “Rockfield” (è il nome dello studio del Galles meridionale dove il disco è stato registrato) evocano esplicitamente il fantasma di Lennon e di “Tomorrow never knows”. E “Village life”, allora? Già dal titolo sembra un omaggio ai Kinks e al Ray Davies più bucolico, di cui il vocalist Fowler si dimostra qui degno erede: schizzando, su un sottofondo di chitarra acustica, pianoforte, lap steel e mandolino un quadretto d’Inghilterra provinciale fedele al suo campo da cricket, al suo Maypole e al suo Village Green, un piccolo mondo antico “dove tutti sanno quante pinte ti sei fatto la sera prima al pub”. Quintessenzialmente inglesi, gli OCS scomodano un personaggio dall’ “Oliver Twist” dickensiano, “Mrs. Maylie”, per un altro fragoroso rock alla Small Faces corretto flower power californiano, giusto all’incrocio tra la Swinging London e la Frisco con i fiori tra i capelli. Soffia un vento Sixties anche sul soul pop di “Sing children sing” (con quei corsi e quelle voci nere di contorno sembra una outtake da “Hair), poi la band fa un balzo avanti nel tempo col quasi punk di “Postal” e il puro Brit Pop di “Magic carpet days” (il primo singolo). Il loro tappeto magico viaggia che è un piacere e – sia inteso come un complimento – gli OSC si candidano già al titolo di “party band” dell’anno.



(Alfredo Marziano)
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