«IRM - Charlotte Gainsbourg» la recensione di Rockol

Charlotte Gainsbourg - IRM - la recensione

Recensione del 21 gen 2009

La recensione

Per il terzo album di una carriera musicale sporadica ma non trascurabile, la figlia di Serge Gainsbourg e Jane Birkin l’ha pensata giusta, affidando all’imprevedibile Beck il compito di scrivere (insieme a lei), suonare, arrangiare e produrre le sue nuove canzoni: tutto così cool e intrigante che viene quasi voglia di far loro le pulci per partito preso. Invece il disco è un transfert (a tratti, non sempre) riuscito, il camaleonte di Los Angeles conferma una volta di più la sua abilità nel mutare pelle e vivere le vite degli altri nascondendosi dietro la silhoutte sottile e charmante di Charlotte. Detto in altro modo: se anche Gainsbourg è un suo idolo dichiarato, si fatica – intenzionalmente – a riconoscerlo dietro questi suoni e queste canzoni (ma non si poteva dire altrettanto dei balzi atletici con cui passò da “Odelay” a “Mutations”, da “Midnite vultures” a “Sea change”?). La Gainsbourg, icona elegante ed emaciata del cinema internazionale (ha registrato questo disco alternando le sedute in sala di incisione alle torture psicologiche del set di Lars Von Trier), ha personalità da vendere e poca voce da spendere, nella migliore tradizione di mamma Birkin: la sua emissione è poco più di un soffio, un sussurro che nei momenti più “regolari” del disco (la cantilena acustica di “In the end”, il parlato di “La collectioneuse”) non scava abbastanza distanza dal monotono eloquio di una Carla Bruni o da certe derive indie folk tutto sommato prevedibili. Però non è una velina trasparente, non è materia inerte nelle mani del suo pigmalione: questo è un disco autobiografico, personale e coraggioso, a partire da quel titolo inquietante, “IRM”, che nel linguaggio medico descrive la tomografia a risonanza magnetica rimandando a un episodio drammatico di due anni fa, quando la Gainsbourg si salvò da un’emorragia cerebrale di origine traumatica grazie a un delicato intervento chirurgico. Ci sono, sì, gli arpeggi delicati delle chitarre acustiche, le melodie fragili di certa chanson française al femminile. Ma questa, diamine, è pur sempre la figlia di Serge e non disdegna atteggiamenti più sfrontati e frequentazioni più pericolose: “IRM” ha un suo cuore di tenebra, un’anima nera, in tutti i sensi, che sgorga dai ritmi nordafricani di “Master’s hands” (un omaggio a certe esperienze pionieristiche di papà e uno schiaffo a freddo, subito in apertura), dai suoni avventurosi e avveniristici di “Trick pony”, dalla gelida atonalità di “Greenwich mean time”, dalla selvaggeria di “Voyage”, la voce pigra, estenuata, vitrea, stropicciata della Gainsbourg che si fa cullare, guidare travolgere da tamburi tribali e da archi impetuosi. Un po’ Bjork e un po’ Nico, ma la strana coppia viaggia anche tra la Bristol anni ’90 (gli sfondi lividi di “Le chat du Cafè des artistes, un vecchio hit pop del Quebec, ricordano un po’ i Portishead) e la Manchester anni ‘80 (l’apocalittica e robotica atmosfera della title track fa venire in mente Ian Curtis e i Joy Division). Non è tutto così ostico, dark o impenetrabile, attenzione: nel loro unico duetto vocale Beck e Charlotte ci regalano “Heaven can wait”, una deliziosa e svagata marcetta scandita dal pianoforte e accompagnata da un videoclip che Pitchfork ha definito “uno sballo dadaista”. Mentre “Time of the assassins” è una elegante pop song tout court, “Dandelion” un divertente boogie blues transatlantico (ha ragione “Uncut”, ricorda Marc Bolan), e “Looking glass blues” un notturno sfogo elettrico che deve qualcosa ai Led Zeppelin e molto ai White Stripes. Farina del sacco di un Beck ventriloquo che qui si esprime per tramite dell’affascinante Charlotte senza rubarle per un attimo la scena. “Né mainstream né underground”, sintetizza la Gainsbourg a proposito della sostanza di questa musica: “IRM” abita una terra di mezzo che ogni tanto varrà la pena di tornare a visitare.



(Alfredo Marziano)
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