Così questo album viene presentato come frutto di una grande libertà creativa. Il risultato però non sempre convince. Beninteso: pochi artisti, anzi forse nessuno, sono riusciti come lei a unire le tradizioni e e la radici della musica black con una cantabilità moderna, senza finire a strafare come i seguaci del suono iperprodotto e ipersincopato, o senza finire a fare ballate zuccherose e melense a ugola spiegata.
Il problema di questo album sembra essere la particolare concezione di libertà, almeno dal punto di vista sonoro: libertà di sperimentare, di aggiungere suoni, con risultati non sempre eccellenti. In sostanza, quando le canzoni rimangono semplici, più minimali tutto il talento viene fuori: sentitevi la versione di "Empire state of mind" cantata quasi in solitudine, che dà punti a quella di Jay-Z. Quando invece vengono prodotte e suonate un po' di più, il talento va in ombra. Così l'1-2 iniziale "Love is blind" e "Doesn't mean anything" ci ricordano cosa Alicia Keys è capace di fare, ma le cose si complicano già subito con "Try sleeping with a broken heart", con la melodia coperta da sintetizzatori. Il punto più alto - o più basso, a seconda dei punti di vista - è il duetto con
Insomma: "The element of freedom" non mette in discussione il talento della Keys, ma certe scelte artistiche di produzione quelle sì. Per fortuna non riguardano tutto il disco... Ma la libertà bisogna saperla usare, e questa volta Alicia c'è riuscita solo in parte.
(Gianni Sibilla).