«THEM CROOKED VULTURES - Them Crooked Vultures» la recensione di Rockol

Them Crooked Vultures - THEM CROOKED VULTURES - la recensione

Recensione del 20 nov 2009

La recensione

Conviene, stavolta, evitare il pistolotto di rito sui supergruppi e sulle relative implicazioni, perché a parte forse qualche astronauta dimenticato per sbaglio su una stazione spaziale alla deriva o qualche setta rinchiusasi in una caverna siberiana chi siano i Them Crooked Vultures ormai lo sanno tutti. E anche chi non dovesse avere sottomano il lussuosissimo pedigree della formazione a fatica, immaginiamo, non noterebbe una batteria che, "accidenti, sembra proprio suonata da Dave Grohl", una voce e una chitarra "che sono tali e quali al quelle di Josh Homme" e un suono e delle linee di basso (ascoltare per credere "Warsaw or the first breath you take after you give up", ma non solo) che non possono che essere uscite dalle dita di Jon Paul Jones. Quindi bando alle fini dissertazioni sulle ramificazioni dell'albero genealogico del rock, alla scomposizione dei passaggi in stile CSI per capire chi abbia influenzato chi e dove che, alla fine, servono solo per far sembrare a chi legge che chi scrive di rock ne capisce, possibilmente tanto. Stando a quanto raccontano loro, la cosa deve essere andata più o meno così: due fan famosi hanno l'opportunità di suonare con un loro idolo e ci si buttano. Quello che ne scaturisce fareste bene ad ascoltarlo, anche se raccontarlo, tutto sommato, non è impossibile. Rock solidissimo, molto meno cupo di quanto si possa pensare, giustamente psichedelico ma non per questo compiaciuto. Canzoni nate verosimilmente nel corso di lunghissime jam, come lasciano supporre gli interventi strumentali e le strutture non esattamente canoniche per il genere, che concedono poco spazio alla pianificazione o al dibattito interno sul dove piazzare l'assolo. Del resto, pare che questo sia successo, visto che la gestazione e la produzione del Cd di debutto dei Them Crooked Vultures sono durate non più di qualche mese, ovvero lo stesso tempo che un artista mainstream (o chi per lui) impiega per decidere che foto piazzare sulla copertina del disco. E' un album immediato, onesto, e senza fronzoli quello dei Vultures, che a tratti sorprende, e che lascia pochissimo spazio al revival fine a sè stesso in favore di una ricerca su dei codici - che, inutile nascodersi dietro a un dito, sono quelli dei riff di chitarra, dei fill di batteria infiniti e delle linee di basso killer - molto più interessante (e divertente, sopratutto per loro) di quanto si possa pensare. Attenzione, perché se quello che state cercando è una rappresentazione in stile presepe di quello che è stato il passato e di ciò che è il presente dell'hard rock potreste rimanere delusi...
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