E' proprio grazie a questa scintilla che questo “Goodnight unknown” si apre d'impatto, con un attacco di chitarre su una batteria minimale e potente che lentamente lasciano spazio ad una chitarra acustica e, nel ritornello, alla voce che ritorna ad essere calda e avvolgente come ce la ricordavamo.
La titletrack è ancora qualcosa di diverso,una ballata folk ma con un sound ricco e pieno che occupa ogni spazio, non ci sono momenti per respirare: qui si fa musica che vuole ammaliare e colpire. La successiva “Too much freedom” può apparire come un momento di svago, ma, mentre ci distrae con le sue dolci melodie acustiche, non possiamo non sentirci inquietati da quel suono pieno che gli arriva alle spalle ma non si palesa, come il lento rumore di un'onda prima che esploda a riva. C'è un'elettricità angusta anche in queste ballate più lente.
Giusto per arricchire il piatto Barlow infila un momento di totale pace come “The one i call” prima di cambiare ritmo con “The right”: si risentono le esperienze più alternative di Lou, la drum machine e il “taglia e cuci” dei Folk Implosion e dei Sebadoh che fanno da contraltare all'acustica “Gravitate”.
Qui Barlow pone la parola fine ad un amore costruendo il racconto su una chitarra aspra e “allarmante”, un tamburo e una fisarmonica con un suono inquietante, mentre la semplice epicità di “I'm thinking...” riempie l'attesa di pathos prima dell'esplosione di “One machine, one long fight” dove le chitarre elettriche cercano di cavalcare un orgia ritmica (alla batteria c'è Dale Crover dei Melvins) prima che la fine venga annunciata con un semplice fruscio di fondo.
Ma non è certo la conclusione,“Goodnight unknown” ci lascia infatti con un'altra di manciata di canzoni tra folk e rock che mostrano come Barlow sia riuscito a fare di un disco la sua biografia musicale, ma senza cadere dell'autocompiacimento. “Goodnight unknown” è un grande disco, dolce e inquietante, che porta la firma di un artista che non smetterà mai di cercare ed esplorare nei suoi infiniti territori musicali.