«IF ON A WINTER'S NIGHT... - Sting» la recensione di Rockol

Sting - IF ON A WINTER'S NIGHT... - la recensione

Recensione del 04 nov 2009

La recensione

Sembra di vederli, Sting e i suoi musicisti, infreddoliti intorno al camino nella sua magione toscana, avvolti in sciarpe e cappotti, strumenti in grembo e tazze di tè fumante tra le mani mentre fuori infuria l’Inverno (è lui stesso a descrivere la scena nel suo blog su MySpace). “If on a winter’s night…” suona esattamente così: un po’ intirizzito ma avvolto in un confortevole tepore domestico, spettrale ma trafitto da improvvisi bagliori, soffice e ovattato nei suoni come quando nevica. Perfettamente in tema, trattandosi di una raccolta di inni, carole natalizie e brani folk tradizionali che datano indietro nei secoli dei secoli. Autentico crossover per un pubblico adulto e raffinato, la reunion dei Police è stata solo un redditizio diversivo, lo Sting di oggi è più vicino a John Dowland (”Songs from the labyrinth) che a Andy Summers e a Stewart Copeland, al Milleseicento che al Duemilanove. Sotto la barba e i baffi che s’è fatto crescere per l’occasione conserva sempre l’aria compita da professorino puntiglioso e quell’aura algida che spesso gli impedisce di scaldare più di tanto i cuori. Però bisogna ammettere che da quando s’è affrancato dal pop esangue e spompato della sua ultima (e penultima) produzione pop ha saputo lanciarsi in progetti avventurosi e arrischiati, ricchi di humus culturale e ben condotti sotto il profilo della ricerca. Si sforza ancora di imparare, mr. Sumner, gettando la voce oltre l’ostacolo del pentagramma rock (simile, in questo, all’ormai antico Elvis Costello di “The Juliet letters”, che prima di lui ha avuto l’onore di pubblicare per la prestigiosa etichetta gialla Deutsche Grammophon) e recuperando – lui, agnostico dichiarato – i simboli magici dei riti pagani del solstizio e della tradizione cristiana per un “album di ninna nanne” dolci, solenni e tenebrose. “Gabriel’s message”, che apre la sequenza in uno scenario di ambient jazz elisabettiano, è una carola basca del XIV secolo che aveva già inciso come lato b di “Russians” nel 1985. “Lo how a rose e’er blooming” è del secolo successivo e di origine tedesca. “There is no rose of such virtue” (belle quelle percussioni primordiali) è puro Quattrocento inglese e “The snow it melts the soonest” arriva come lui da Newcastle per gentile concessione di Kathryn Tickell, concittadina suonatrice di violino e di Northumbrian pipes che spesso fa capolino nei suoi dischi (versione elegante e composta, questa, in cui Sting suona la voce come uno strumento). Il biondo inglese ammette d’essersi molto ispirato ai lieder del Winterresse (“Viaggio d’inverno”) schubertiano, di cui rielabora un frammento in “The hurdy gurdy man” (Donovan non c’entra): complice il desolato melodeon di Julian Sutton, lui pure di Newcastle, sembra di stare in mezzo a un romanzo dickensiano, a fianco di un povero e infreddolito musicista di strada. Senza timori reverenziali (che del resto non appartengono al personaggio) recupera anche Bach (una Sarabanda dalla Sesta Suite per violoncello), l’Henry Purcell del “King Arthur” e un testo di Robert Louis Stevenson che l’arpista scozzese Mary MacMaster canta in gaelico su una melodia dell’isola di Skye (“Christmas at sea” è il gioiello del disco, una miniatura di musica magica, ipnotica ed esotica). Dalla Scozia arriva anche la fiabesca “Balulalow”, con un coro che simula il soffio del vento e uno sfondo orchestrale che richiama Ravel e i russi ottocenteschi, mentre il racconto dark “The burning babe” (opera del martire gesuita inglese Robert Southwell, XVI secolo) è un bell’esempio di quella robusta fusione folk/classica/jazz/rock che in questo disco ha per complici le chitarre del fedelissimo Dominic Miller, le trombe di Chris Botti e Ibrahim Maalouf, il violino di Daniel Hope, il violoncello di Vincent Ségal e altri ancora orchestrati e diretti con la collaborazione di Robert Sadin. I pezzi originali di Sting (due soltanto, “The hounds of winter” e “Lullaby for an anxious child”) si mimetizzano abilmente nel mucchio, mentre “Soul cake” è un altro bell’esempio del suo sincretismo musicale: un traditional che i bambini usano cantare quando si recano di casa in casa la notte di Halloween e che Sting accelera su ritmi da giga (ascoltate su YouTube, per un confronto, la rilettura più classica ad opera di Peter, Paul & Mary) interpolandola con la celebre “God rest ye, merry gentlemen” che molti ricorderanno nella rielaborazione di Simon & Garfunkel con il titolo di “Comfort and joy”. Uno dei momenti migliori di un disco in bilico tra invenzione e accademia, che a Natale può fare da pensoso e riflessivo contraltare al molto più sbarazzino “Christmas in the heart” di Bob Dylan.


(Alfredo Marziano)
Segui Rockol su Instagram per non perderti le notizie più importanti!

© 2020 Riproduzione riservata. Rockol.com S.r.l.
Policy uso immagini

Rockol

  • Utilizza solo immagini e fotografie rese disponibili a fini promozionali (“for press use”) da case discografiche, agenti di artisti e uffici stampa.
  • Usa le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, utilizzate ad esclusivo corredo dei propri contenuti informativi.
  • Accetta solo fotografie non esclusive, destinate a utilizzo su testate e, in generale, quelle libere da diritti.
  • Pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse in utilizzo da fotografi dei quali viene riportato il copyright.
  • È disponibile a corrispondere all'avente diritto un equo compenso in caso di pubblicazione di fotografie il cui autore sia, all'atto della pubblicazione, ignoto.

Segnalazioni

Vogliate segnalarci immediatamente la eventuali presenza di immagini non rientranti nelle fattispecie di cui sopra, per una nostra rapida valutazione e, ove confermato l’improprio utilizzo, per una immediata rimozione.