«THE KINKS CHORAL COLLECTION - Ray Davies» la recensione di Rockol

Ray Davies - THE KINKS CHORAL COLLECTION - la recensione

Recensione del 31 ott 2009

La recensione

Provate a citare “Waterloo sunset” a un inglese sugli “anta” che da adolescente ha masticato un po’ di rock: gli verranno i lucciconi agli occhi, quantomeno si scioglierà in un raro sorriso da guancia a guancia. Da quelle parti c’è chi si spinge a considerarla la più bella canzone britannica dei Sixties (e ora anche Peter Gabriel s’è deciso a inciderla, nel nuovo album di cover annunciato per il febbraio 2010). Sicuramente sta al top, difficile trovare nel panorama pop qualcosa di altrettanto lieve e struggente, “le vite degli altri” osservate dalla finestra con sguardo ironico e partecipe. Vale a dire la specialità di Ray Davies, un patrimonio nazionale che qui purtroppo si ricordano in pochi. Non cambierà le sorti neanche questo delizioso dischetto, una raccolta di “classiche canzoni dei Kinks come non le avete mai ascoltate prima” (“Waterloo sunset” compresa). Succede che il Grande Autore, l’inafferrabile irascibile geniale mr. Davies, abbia avuto un’idea curiosa e ingegnosa: affidare le sue partiture, British quanto il roastbeef, il pub e il cricket, a una corale, altra tradizione squisitamente inglese. La scelta è caduta sul Crouch End Festival Chorus, un ensemble che come lui ostenta orgogliosamente radici nordlondinesi e che non si fa problema alcuno a svolazzare leggiadro tra Beethoven e Bernstein, da Bach ai Beach Boys. Ray ha dato appuntamento in studio ai ragazzi e al loro direttore David Temple, gli ha messo a fianco una rock band e ha aspettato di vedere se scoccava qualche scintilla. Visto che sì, qualcosa succedeva, s’è deciso ad andare avanti e a farci ascoltare i risultati. Che sono, diciamolo subito, unanimemente inferiori agli originali: sentire “You really got me” e “All day and all of the night” scandite dalle voci del Crouch End più che dalle chitarre distorte del 1964 strappa un sorriso ma non scalda il sangue più di tanto. Però, tanto per cominciare, questa piccola antologia di classici pop rock serve a ricordare cosa è uscito negli anni dalla penna di Davies, capace di schizzare in una frase la English way of life (non solo: manie, debolezze, fissazioni e aspirazioni della gente comune di ogni dove), di cantare miserie e splendori dell’Impero fissandole in melodie memorabili. Il nostro è uno che ha saputo anticipare il vandalico impeto distruttivo dell’hard rock senza tradire il suo amore per il music hall e le nostalgie Old England, che ha predicato in tempi non sospetti il ritorno alla vita agreste e colto tempestivamente il richiamo dell’Oriente: ecco “See my friends”, qui in versione estatica e solenne, da molti individuata come il primo pezzo rock con influenze indiane, ecco il concept “The Kinks are the village green preservation society”, riedito quest’anno da Universal in una bella edizione critica su triplo cd e qui riproposto in un’ampia medley che occupa una porzione generosa del disco, come a dire che anche Ray si è convinto che sia una delle sue cose migliori. Vero, non c’è traccia di “Lola”, di “Sunny afternoon” o di “Dedicated follower of fashion”: pazienza, consoliamoci con le nostalgie d’amor perduto di “Days”, con il ritornello pimpante di “Victoria” (rieccolo, lo spietato sistema classista inglese e l’ipocrisia vittoriana), con la camminata crepuscolare sull’Hollywood Boulevard a fianco di Greta Garbo, di Rodolfo Valentino, di Bette Davis e di Bela Lugosi (“Celluloid heroes”). Musica antica, non si va oltre il 1972 se non con quella “Working man’s cafè” che intitolava il suo album solista del 2007 , un altro ritrattino nostalgico in punta di penna che ben si adatta a questo riarrangiamento per coro e rock band, linearità melodica e classicità con un velo di epicità contenuta. Ray, di suo, ci aggiunge sempre quell’inconfondibile vocetta nervosa, fragile e sottile che rende la sua musica più intima, abbordabile e familiare. Ha avuto una bella idea, complimenti: le sue canzoni meritano di circolare, di passare di mano, di evolversi, trasformarsi, diventare folk song, tradizione e patrimonio comune. E se dopo il coro ci provasse con gli ottoni di una bella marching band, altra tradizione musicale che più British non si può?



(Alfredo Marziano)
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