«IN STASI PERPETUA - Bastard Sons of Dioniso» la recensione di Rockol

Bastard Sons of Dioniso - IN STASI PERPETUA - la recensione

Recensione del 30 ott 2009 a cura di Daniela Calvi

La recensione

Che strano fenomeno i Bastard Sons of Dioniso. Un anno fa uscivano da X Factor, venivano accolti dalla critica e dal pubblico come i vincitori morali della seconda edizione del talent show di Raidue, e pubblicavano il loro primo mini album con uno stato d’animo non propriamente rilassato. Si vedeva, e si sentiva, che erano sulle spine, che sì, erano contenti di avere tra le mani un disco, ma loro, di cover e rifacimenti di altri brani, non ne volevano più sentir parlare. I Bastard volevano il loro album di inediti, con dentro tutta la loro animalesca passione musicale, con dentro tutti i loro modi di dire, giochi di parole, le loro schitarrate, i loro cambi di tono, i loro concetti di alto e basso profilo: volevano “In stasi perpetua”, e l’hanno avuto.
Difficile giudicare l’album del trio trentino, difficile non perché non sia un bel disco, ma per via della sensazione eterogenea che danno i primi ascolti. Piano piano i dieci brani prendono forma e sostanza, e nonostante mantengano un netto distinguo tra loro, diventano orecchiabili, divertenti e sempre più piacevoli.
Le prime in italiano “Se t’annoi” e “Mi par che per adesso”, hanno un non so che di operetta rock, con quelle imponenti chitarre, quei cori a tre voci e quel linguaggio (“Almen che non sia noia l’aldilà” oppure “E’ luminoso il dì”) che sta diventando già un segno di riconoscimento della band. Arriva poi un punk rock genuino e che non ha nulla da invidiare a quello delle grandi produzioni oltre oceano, come “War is over (Children of the grapes)”, caratterizzata da continui e piacevoli controtempi, e “Typical Piné night”, anche se è con “Nothing to talk about” che si arriva alla canzone migliore del disco, e ci si arriva subito, già al terzo brano, come a far intendere che i tre ragazzotti non hanno proprio intenzione di perdere tempo in chiacchiere, specie con il loro ascoltatore.
Dentro a “In stasi perpetua” c’è anche posto per brani pop come “Dal risveglio in poi” e “Una canzone probabilmente inutile”, che accosta arrangiamenti più morbidi e buone melodie ad un testo quasi spavaldo ed aggressivo. Trovano spazio canzoni con intro acustiche come l’incalzante ed intensa “Senza colore”, che in alcuni passaggi ricorda le atmosfere di “Space Oddity” di David Bowie, oppure “Versa la mia testa”, che si apre sul finale in un esplosione suoni in puro stile cross over.
Ecco, questi sono i Bastard: piacere di averli minimamente introdotti a chi non li conosce o a chi non li ha ancora presi in considerazione.

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