«THE PURSUIT - Jamie Cullum» la recensione di Rockol

Jamie Cullum - THE PURSUIT - la recensione

Recensione del 02 nov 2009 a cura di Giampiero Di Carlo

La recensione

Il baby-jazzista prodigio è diventato un uomo. E a trent’anni, oltre a decidere di sposarsi, butta fuori il suo quinto album solista. “The pursuit”, ‘la ricerca’.
L’ascolto con intento critico suscita sensazioni contrastanti. Apprezzare il taglio sperimentale di chi accosta Cole Porter a ritmi ibizeschi o deprecarne gli accostamenti tanto disparati? E’ geniale amalgama, la sua, o una furbesca accozzaglia? E’ realmente uno sforzo sperimentale o denuncia povertà di idee? E’ difficile uscirne con obiettività, semmai resta ancora da capire come e quanto il jazz possa contribuire al suono contemporaneo con i suoi fondamentali e con le sue atmosfere e quanto, invece, il suo recupero abbia una funzione normalizzatrice, un intento radiofonico.
Quello di Jamie Cullum è un caso di musicista provetto con una bella voce da club, quindi di un personaggio attrezzato per sfondare. Il recente passaggio di extra notorietà offertogli da Clint Eastwood con “Gran Torino”, peraltro meritato, ha provocato due effetti collaterali: un accesso facilitato ai media e un’attesa forse esagerata per un nuovo disco che tardava ad arrivare, quattro anni dopo il precedente.
Le canzoni di “The pursuit” sono state scritte tra la cucina di casa Cullum, i suoi nuovi Terrified Studios londinesi e Los Angeles, dove sono state raffinate e prodotte insieme al fido Greg Wells (polistrumentista che in passato ha lavorato con Katy Perry, OneRepublic, Rufus Wainright, Timbaland), senza però apportare ritocchi eccessivi rispetto ai demo originari. In California, tuttavia, gli ospiti non sono mancati: da componenti del gruppo di Beck alla sezione fiati utilizzata da Michael Jackson per “Thriller”. Le cover, come di consueto, hanno giocato un ruolo forte per Cullum. Ma, mentre in passato l’attenzione era maggiormente rivolta agli standard, per “The pursuit” l’artista le ha utilizzate anche per sdoganare il suo eclettismo e cominciare a sfilarsi qualche lacciuolo jazz ormai di troppo – un’operazione per lui già consueta dal vivo, ma molto meno nota a chi lo conosce tramite i dischi ufficiali. Ed ecco quindi, dopo un attacco che più tradizionale non si può (“Just one of those things” di Cole Porter), comparire Rhianna, della quale aveva già eseguito in passato una versione di “Umbrella”: qui tocca a “Please don't stop the music” rivelare un gusto modernista sempre meno latente, che si ripropone altrove in altra forma con “Not while I’m around” di Todd Sweeney, rivisitata con un loop che richiama molto da vicino i Massive Attack. Fuori dal jazz anche senza cover, tuttavia: il Cullum personale, intimista, autobiografico è quello di “Love ain't gonna let you down”, in cui la felicità personale è celebrata da vero crooner: al primo Billy Joel di “Piano man” saranno fischiate le orecchie ascoltando questa ballata.
“The pursuit” esce in tre formati: CD standard, ‘special edition’ (CD con DVD: brani live, 2 video, bonus tracks, booklet) e cofanetto ‘Ltd Edition Deluxe’ (questo contiene anche un album fotografico da 100 pagine, una stampa autografata, un tasto di un piano e una spilla…). Quale che sia la versione prescelta, funziona come una coperta soffice e calda: ti avvolge, ti coccola, ti impigrisce, magari ti ottunde. Potere dell’easy listening.
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