«CHRISTMAS IN THE HEART - Bob Dylan» la recensione di Rockol

Bob Dylan - CHRISTMAS IN THE HEART - la recensione

Recensione del 22 ott 2009

La recensione

Una volta erano le chimes of freedom ad annunciare l’arrivo di Bob Dylan, oggi tocca ai campanellini di una slitta. E’ il suo disco di canzoni natalizie che ha messo inquietudine a qualche fan della prima ora: non è il caso, “Christmas in the heart” è un regalino carino e senza pretese, un omaggio rispettoso, affettuoso ma anche ironico alla tradizione (con quella Bettie Page in versione Babba Natale sexy riprodotta sul retro del libretto: anche nelle sue fantasie erotiche, Dylan resta ostinatamente vintage). Il Natale musicale di Dylan è quello degli inni sacri e delle carole, ma anche delle voci al miele e allo zucchero filato dei Nat King Cole, dei Bing Crosby e dei Mel Tormé. Niente “White Christmas” e “Jingle bells” (meno male), ma certo fa effetto, anche dopo “Saved” e il concerto in Vaticano al cospetto di Papa Wojtila, sentirlo stonare l’”Adeste fideles”, alias “O’ come all ye faithful” oscillando pericolosamente in bilico su quel primo verso in latino. Poco prima, Sir Bob si era arrampicato sugli specchi di un altro sacro traditional, “Hark the herald angels sing”. Mmmh, e congratuliazioni, comunque, per averci provato. Qualcuno (il blogger Glen Boyd) lo ha criticato per non avere osato abbastanza, avendo scelto arrangiamenti “tradizionali come una cartolina natalizia di Hallmark”. Vero, però c’è da dire che lui quelle cartoline natalizie le graffia e le accartoccia come un gatto selvatico: merito (o colpa, a seconda dei punti di vista) del leggendario croak, il gracidìo che gli è cresciuto anno dopo anno nell’ugola rugosa. “Here comes Santa Claus”, in apertura, strappa subito un sorriso bonario: sembra di stare in mezzo a un vecchio film della Disney, con il poeta borbottante nel ruolo che fu di Zio Paperone. E ci sono altri momenti esilaranti, per esempio la baldoria a ritmo di polka di “Must be Santa” che l’ospite David Hidalgo alla fisarmonica conduce su strade spesso battute con i suoi Los Lobos. La tour band del maestro (Tony Garnier, George Receli, Donnie Herron, Phil Upchurch e Patrick Warren) sarà anche troppo attenta allo spartito, stavollta, ma lo asseconda con puntiglio e poi tutto voleva Dylan, in questo occasione, meno che mettersi nei panni del barbaro iconoclasta: i santini di Babbo Natale, i Re Magi, le favole e le leggende di stagione gli stanno a cuore (sennò perché userebbe lo pseudonimo di Jack Frost?), il titolo del disco non mente, e molto di quel mondo mistico-fantastico e della canzone americana classica gli deve essere rimasto dentro dai tempi dei suoi radio days infantili.
Non ci si annoia, ad ascoltarlo, tra il bolero solenne di “Do you hear what I hear?” e lo swing di “Winter wonderland”, il valzer di “Silver bells” e i ritmi marziali di “Little drummer boy” (l’hanno cantata proprio tutti, anche David Bowie ormai tanti anni fa), un blues con armonica e una “Christmas island” tra le palme e le steel guitars delle Hawaii, gli standard da crooner (fa tenerezza e genera anche un certo struggimento, sentirlo cantare “I’ll be home for Christmas” e “Have yourself a merry little Christmas”) gli oooh oooh del coro e le vocette cinguettanti stile Ray Conniff Singers (o Trio Lescano, per rimanere in Italia). Manca giusto un duetto con l’altra voce di cartavetro, Tom Waits: ci sarebbe stato a pennello ma ovvio, non era nello spirito nel progetto. Né si poteva chiedere a Dylan di aggiornare il suo repertorio natalizio (che so, magari con “Fairytale of New York” di Shane MacGowan, una delle più belle canzoni a tema che mi vengano in mente). Più va avanti, più ama il mondo antico e le tradizioni, e che c’è di più classico e tradizionale, per un americano, di un album natalizio? Questo suo “Christmas in the heart” è un disco curioso, tutto sommato divertente, a tratti anche commovente. E poi c’è la causa buona e giusta, con le royalties destinate per intero al World Food Programme contro la fame nel mondo. Però, intendiamoci: difficile che diventi un classico come quel delizioso “Christmas gift” confezionato nel lontano 1963 da Phil Spector, un coevo molto più diabolico di lui.



(Alfredo Marziano)
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