«MONSTERS OF FOLK - Monsters of Folk» la recensione di Rockol

Monsters of Folk - MONSTERS OF FOLK - la recensione

Recensione del 21 ott 2009 a cura di Davide Poliani

La recensione

Chi conosce (e apprezza) i personaggi coinvolti nell'operazione Monsters of Folk si sarà probabilmente accostato con estrema curiosità ma anche con una certa cautela a quello che ancora prima della sua pubblicazione era già stato universalmente incoronato "evento discografico indie acoustic dell'anno": perché sappiamo tutti che le "super band" sono terreno insidioso e sdrucciolevole, che in molti - grandi e meno grandi - ne sono rimasti scottati, rimanendo impantanati in complessi equilibrismi egoici interni (leggi, scazzi con gli altri su chi è più importante tra gli importanti) sfociati in album per lo meno prescindibili. Però è anche vero che qui si sta parlando di Jim James (My Morning Jacket), Conor Oberst (Bright Eyes), Mike Mogis (anche lui nei Bright Eyes e nel "giro" della Saddle Creek) e M. Ward, mica di bizzose rockstar abituate a fare a cazzotti per avere il camerino con l'idromassaggio più grande. Che comunque non si sono messi a fare musica insieme per ragioni che non siano divertimento, amicizia e voglia di rompere un po' la routine, perché certo questi Traveling Wilburys dei giorni nostri di certo non muoveranno copie e capitali da far pensare ad un'iniziativa studiata e attuata con simbolo del dollaro davanti agli occhi. Che non hanno mai avuto la pretesa - e chi li conosce lo sa bene - di mettersi insieme per definire i canoni del modern folk, per consegnare ai posteri il manifesto dell'acoustic revival ai tempi dell'iPhone.
L'omonimo debutto dei Monsters of Folk è un album onesto, suonato in maniera sufficentemente divertita e appassionata da divertire e appassionare, che non promette la Luna ma che quello che promette mantiene: con un mirabile senso di squadra, invece che trovare una cifra unica che accontenti tutti i quattro si mettono di volta in volta al servizio l'uno dell'altro, passando dalla sognante e ipnotica "Dear God (Sincerely M.O.F.)." di James, in apertura, passando per le atmosfere concretamente americane di M. Ward di "Goodway" e "Baby boomer" e le armonie vocali di "Map of the World". Certo, il disco non avrà la compattezza di un concept album, ma che fosse un concept album loro non l'anno mai detto. Anzi, la mancanza di una coesione aprioristica, di un disegno superiore e di una direzione univoca rappresentano la forza di questo disco, che ha il pregio di valorizzare le differenze mettendo a confronto tre grandi songwriter dal carattere forte, talmente forte da mettersi al servizio di una (bella) canzone di un altro, quando serve, per raggiungere il risultato. Un risultato ottimo, bisogna ammettere, come del resto ci si poteva aspettare, e del quale i nostri ci avevano dato una piccola grande anticipazione quando, qualche tempo fa, su una compilation di Mojo comparì una versione - firmata dai tre - di "Girl of the North Country" del Maestro. Poi, chissà, un domani potrebbe arrivare anche l'album indie folk definitivo del gruppo indie folk definitivo: loro le capacità le avrebbero anche. Ma per quello c'è tutto il tempo...

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