Al di là del recupero di questa idea dell’album “a tema”, la formula di Bublé è ormai tradizionale – brani del repertorio swing, brani del repertorio pop rock, qualche originale autografo. Ma qualcosa è cambiato. L’interpretazione di Bublé è meno pulita, più personale. Si sente soprattutto sulla title track – una cover di Van Morrison come quella “Moondance” che gli portò fortuna ai suoi esordi, o come in “You’re nobody until somebody loves you”. In altri momenti, le interpretazioni, come la rivisitazione di “Georgia on my mind”, sono più classiche e cristalline. E, certo, i brani originali, “Haven’t met you yet” e “Hold on” sono all’opposto decisamente più moderni, più pop, almeno nei suoni se non nell’interpretazione.
Però, alla fine, il risultato è che ormai Bublé è una certezza: i suoi dischi non sono mai meno che piacevoli, il repertorio è scelto con cura, la produzione pulita senza essere ruffiana, e lui non si prende troppo sul serio. “Crazy love” non fa eccezione: è il degno album di una bella carriera che va avanti, senza dimenticarsi di guardarsi indietro.
(Gianni Sibilla) .