«GET LUCKY - Mark Knopfler» la recensione di Rockol

Mark Knopfler - GET LUCKY - la recensione

Recensione del 23 set 2009

La recensione

“Prima del gas e della televisione, prima che la gente avesse le automobili, sedevamo accanto al fuoco passandoci le nostre chitarre” (Mark Knopfler, “Before gas & tv”). In concerto continuano a chiedergli “Sultans of swing” e “Romeo and Juliet”, “Money for nothing” e “Walk of life”. Lui acconsente, ma è chiaro che ormai abita altrove, in un mondo sfuocato e color seppia come una fotografia di inizio Novecento, nostalgico e in chiaroscuro come un film in bianco e nero. Popolato di fantasmi come la nave di “So far from the Clyde”, spiaggiata e sventrata come una balena. E anche quando i personaggi che canta sono reali e appartengono all’attualità, è gente d’altri tempi e d’altra tempra: come il grande liutaio John Monteleone omaggiato in un valzer delicato e struggente introdotto da archi hollywoodiani d’antan (le colonne sonore, del resto, sono il suo pane). E’ diventato uno dei migliori storyteller (o preferite cantastorie?) della musica moderna, Knopfler, e da anni si toglie il gusto di raccontare quel che gli sta a cuore, piccole storie che non perdono mai di vista la prospettiva storica e un senso più universale, la percezione della fatica quotidiana e del tempo che passa: giramondo che sbarcano il lunario sognando il colpo di fortuna, il fanatico di corse automobilistiche che al campione locale invidia soprattutto la sua Cobra. Gradualmente ha tolto alla musica quella patina caramellosa che a qualcuno ha sempre reso indigesti i Dire Straits ai tempi in cui riempivano gli stadi, anche se la sua lingua musicale rimane morbida, rotonda, persin troppo beneducata, mai una spigolatura o una bruciatura. Non è tipo da sorprese, da salti nel vuoto o da colpi di testa, l’avveduto Knopfler: non aspettatevene neanche da “Get lucky”. E dunque sapete che cosa vi aspetta: toni sommessi e andatura prevalentemente rallentata, i soliti accompagnatori fidati (le tastiere di Guy Fletcher, le chitarre di Richard Bennett, il pianoforte di Matt Rollings, le percussioni di Danny Cummings), una devozione ostinata alle radici, non solo musicali, infischiandosene se il suo essere rétro non è considerato cool (quello è un privilegio che spetta solo al Sommo, mr. Dylan). “Border reiver” apre il disco al suono di un tin whistle irlandese, ed è una dichiarazione d’intenti: la folk music che scorre nel sangue celtico di questo Geordie nato a Glasgow, stavolta, è il filo più robusto della tela. Un altro tin whistle chiude le danze, in una “Piper to the end” che ha tutta l’aria di un traditional dell’isola verde smeraldo o delle Ebridi e invece non lo è. Poca chitarra elettrica: il sultano dello swing oggi la suona con parsimonia sfoderando assoli col contagocce. E’ una pistola da usare con cautela, anche se in “Cleaning my gun”, uno dei pochi midtempo sostenuti del disco, la lucida a nuovo sfoderando ancora una volta il tremolo proverbiale e qualche svisata rock degna dei tempi andati. Più spesso Mark si accartoccia assorto sull’acustica, dettando il ritmo baldanzoso di “Border reiver”, sciorinando il fingerpicking da folk club di “Get lucky”, pizzicando gli arpeggi sommessi di “Remembrance day” (dove celebra tradizioni popolari dimenticate e vituperate, il Maypole e il morris dancing, reclutando nel coro anche le figlie Isabella e Katya). Scampoli Dire Straits sopravvivono nel fluire liquido di “The car was the one” e in qualche ornamento chitarristico, ma il resto sfoglia pagine ben più antiche: il rock blues elettrico di “You can’t beat the house” sa di Bluesbreakers e di tempi ruggenti (e incrocia involontariamente certe cose dell’ultimo David Gilmour), il ritmo sincopato di “Hard shoulder” ricorda levigatezze pop anni Cinquanta (e lo stile di un altro scozzese, Jackie Leven), fisarmonica, cittern, flauto e violino trascinano il suggestivo canto marinaro di “So far from the Clyde”. Sempre più ipnotica e sussurrata, la voce narrante di Knopfler confonde i confini tra ieri e oggi, finzione e realtà. La sua è un’osservazione analitica e al rallentatore che trasporta questa musica in un dylaniano “time out of mind”, un tempo di cui si è persa la memoria.


(Alfredo Marziano)
Segui Rockol su Instagram per non perderti le notizie più importanti!

© 2020 Riproduzione riservata. Rockol.com S.r.l.
Policy uso immagini

Rockol

  • Utilizza solo immagini e fotografie rese disponibili a fini promozionali (“for press use”) da case discografiche, agenti di artisti e uffici stampa.
  • Usa le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, utilizzate ad esclusivo corredo dei propri contenuti informativi.
  • Accetta solo fotografie non esclusive, destinate a utilizzo su testate e, in generale, quelle libere da diritti.
  • Pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse in utilizzo da fotografi dei quali viene riportato il copyright.
  • È disponibile a corrispondere all'avente diritto un equo compenso in caso di pubblicazione di fotografie il cui autore sia, all'atto della pubblicazione, ignoto.

Segnalazioni

Vogliate segnalarci immediatamente la eventuali presenza di immagini non rientranti nelle fattispecie di cui sopra, per una nostra rapida valutazione e, ove confermato l’improprio utilizzo, per una immediata rimozione.