«RUNNING FOR THE DRUM - Buffy Sainte-Marie» la recensione di Rockol

Buffy Sainte-Marie - RUNNING FOR THE DRUM - la recensione

Recensione del 23 lug 2009

La recensione

Molto prima di John Trudell, molto prima che Robbie Robertson riscoprisse le sue radici pellerossa, l’orgoglio della Indian Nation era tutto riposto nelle canzoni e nella voce di Buffy Sainte-Marie. Una voce forte e vibrante, nella ballata pacifista “Universal soldier” (no, non era di Donovan). Una voce dolce e malinconica, in “Until it’s time for you to go” (no, non era di Elvis Presley, e nemmeno di Barbra Streisand). La si ascoltava sui titoli di testa di “Strawberry Statement” (“Fragole e sangue”), il film di Stuart Hagman sulla contestazione giovanile nelle università americane (anche se la canzone, “The circle game”, era di un’altra canadese, Joni Mitchell). E nel tema conduttore di “Soldier blue” (“Soldato blu”), uno dei primi western “dalla parte degli indiani” (due film accomunati da un finale violentissimo e amarissimo, per inciso). Non si è mai zittita, quella voce. Ma Buffy, che da tempo vive alla Hawaii, ha la bellezza di 68 anni (o 67: la riserva del Saskatchewan in cui è nata non ha un ufficio anagrafe) e una forma fisica a dir poco strabiliante, non pubblicava un disco di inediti da diciassette anni. Censurata e boicottata per le sue prese di posizione scomode, come Trudell. Assorbita dalla famiglia e dalla fede Bahai , dalla pittura e dall’ “arte digitale”, dai programmi didattici per bambini cui dedica molto del suo tempo. Per questo il suo è un ritorno da salutare come un evento. Ma anche come una mezza occasione mancata: peccato che abbia dovuto accontentarsi di pochi mezzi, dei suoi computer e del solito volonteroso produttore, Chris Birkett. Peccato che la Cooking Vinyl non abbia fatto come la Rounder o la Anti, che non abbia coinvolto un Joe Henry o un T-Bone Burnett. Chissà, magari saremmo qui a gridare al capolavoro. Invece “Running for the drum” resta in mezzo al guado. Un occhio al futuro, il suono sporcato di drum programming e tastierine elettroniche più demodé che moderne (come la brutta copertina). Uno rivolto al passato: “Little wheel spin and spin”, ipnotica e immersa in un’atmosfera ultraterrena alla Daniel Lanois, è di gran lunga il pezzo più bello del disco. Però risale a 33 anni fa, nel 1966 intitolava uno degli album più belli di Buffy nel fiore dei suoi venticinque anni. Ecco: per chi è legato col cuore e la memoria ai vecchi dischi Vanguard dei Sessanta, al festival di Newport e ai caffè del Greenwich Village, il primo ascolto è un po’ disorientante e sconfortante. Poi si comincia ad apprezzare il coraggio e la vitalità indomita di questa donna indipendente e volitiva, e la sua grande varietà stilistica. Qui dentro, nel bene o nel male, è riflessa un’intera carriera, dal folk blues stile Greenwich (“Little wheel spin and spin”, “Still this love goes on”) al levigato M.O.R. anni Ottanta di “Too much is never enough”: virtuale lato b della “Up where we belong” con cui Buffy, insieme ai coautori Will Jennings e Jack Nitzsche e agli interpreti Joe Cocker e Jennifer Warnes, contribuì alle fortune di Richard Gere e di “Ufficiale e gentiluomo”. Nel mezzo ci sta di tutto: il tambureggiante pow wow rock di “Cho cho fire”, abbellito dai canti pellerossa (campionati) dei Black Lodge Singers, e un omaggio nostalgico/divertito al Presley rockabilly del periodo Sun Records (“Blue sunday”), un duetto pianistico con Taj Mahal in stile Fats Domino/Dr. John (“I bet my heart on you”) e il jazz da ore piccole di “When I had you”, che non sfigurerebbe nel repertorio di un’altra canadese, Madeleine Peyroux. E poi, ovviamente, la canzone di protesta: il canto nativo e l’indignazione civile con la cassa in quattro di “No no keshagesh” (un’invettiva contro speculatori edilizi e distruttori del pianeta), il piano house di “Working for the government”, con un piglio e un ritmo funk che ricorda il David Byrne più tribale. Fino alla coraggiosa rilettura di “America the beautiful”, il classico patriottico che Sainte-Marie aveva rivisto e corretto, sei anni fa, per celebrare il primo astronauta pellerossa in missione nello spazio. Buone intuizioni, belle idee, nel disco e nella performance di Buffy si percepiscono ancora forza e carisma. Ma io insisto: consideriamo “Running for the drum” alla stregua di un demo, di una prova generale. E speriamo che qualcuno la prenda per mano e la aiuti a incidere il disco “definitivo”, con una produzione accorta e adeguata. Da lassù il Gran Capo Piapot, della tribù dei Cree, darà sicuramente la sua benedizione.

(Alfredo Marziano)
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