«THE HIGH END OF LOW - Marilyn Manson» la recensione di Rockol

Marilyn Manson - THE HIGH END OF LOW - la recensione

Recensione del 05 giu 2009 a cura di Franco Bacoccoli

La recensione

Seppur tra qualche ripetizione, qualche lungaggine, un paio di riempitivi e dei déjà-vu, “The high end of low” dei Marilyn Manson segna il ritorno ad una buona condizione dopo “Eat me, drink me” che non aveva particolarmente entusiasmato. Brian Warner forse non vince ma convince, sembra più concentrato, forse anche per merito del rientro in line-up di Twiggy Ramirez, più desideroso di offrire brani capaci di durare nel tempo. L’atmosfera generale non differisce poi molto, con alcune eccezioni, da più antiche prove dei MM: ed è una buona notizia. La strada scorre tra suggestioni gotiche in cui il negromante Manson evoca forze buie; e per fortuna che doveva essere un disco ottimista. Le cose che funzionano meno sono probabilmente “Wow”, pezzo francamente bruttino; “Four rusted horses”, canzone abbastanza trascurabile nell’economia dell’album; “Unkillable monster”, di maniera; e infine “I have to look up just to see hell”, riempitivo deragliato. Il resto forse non farà conquistare a “Mazza” nuovi proseliti, ma piacerà ai già convertiti alla sua casa di tenebre ben organizzate. “Devour” è un brano lento, ipnotico e minaccioso che accelera dopo la metà. “Pretty as a swastika” si rivela un rock’n’roll portato alle estreme conseguenze, un pezzaccio selvatico e urticante mentre “Leave a scar” ricorda curiosamente certe vecchie cose di Iggy Pop (solo più urlate). “Arma-goddamn-motherfuckin-geddon” (primo “radio single”) è un altro rockaccio sapientemente sguaiato che ben si affianca a “Blank and white”, pulsante e che forse fa segnare il record per il numero di “fucking” nel testo. “Running to the edge of the world” inizia come una ballatona alla Guns N’Roses; la sorpresa è che continua così per tutti i 6 minuti e rotti. Pezzo perfetto per eventuale duetto con Axl. “I want to kill you like they do in the movies” è una gioiosa canzone per psicopatici, con atmosfera allucinata. “We’re from America”: Iggy Pop incontra i Ramones, si arrabbiano e si mettono a sbraitare. Poi dulcis in fundo. “Into the fire” apre le ali come una ballata torturata, lucidamente agonizzante; molto bella nei suoi cinque minuti di disperazione. Chiude “15”, in un certo senso la beatlesiana “Lucy in the sky with diamonds” del Reverendo, un pezzo quasi sperimentale e che sembra indicare future direzioni. O deviazioni.

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