«TRAVELLING THE FACE OF THE GLOBE - Oi Va Voi» la recensione di Rockol

Oi Va Voi - TRAVELLING THE FACE OF THE GLOBE - la recensione

Recensione del 18 mag 2009

La recensione

Una sinagoga, a Londra. Luogo più adatto non potevano scegliere, gli Oi Va Voi, per mettere a punto in pre-produzione il terzo disco del loro catalogo (quarto, se si considera l’autoprodotto e ormai rarissimo “Digital folklore”): l’immagine sintetica e simbolica della loro identità culturale, giovani ebrei cresciuti in una metropoli cosmopolita suonando una musica che sta al crocevia tra pop occidentale, klezmer e folklore balcanico. E’ già tanto che non abbiano gettato la spugna, dopo aver perso metà esatta della formazione originale e almeno un paio di elementi chiave: ultimo in ordine di tempo il trombettista Lemez Lovas, leader sul palco nonché principale songwriter del gruppo. Sono sopravvissuti perché il loro è un collettivo in cui il gioco di squadra ha sempre contato più delle primedonne (anche quando di mezzo c’era KT Tunstall, futura pop star) e i nuovi rimpiazzi, la violinista Anna Phoebe e la cantante Bridgette Amofah (origini ghanesi e timbro vellutato stile Skye dei Morcheeba) se la cavano bene. Parte il pizzicato di “Waiting”, in apertura, e bastano pochi secondi per riconoscerli: segno che l’anima del gruppo non se la sono portata via Lemez, Sophie Solomon e gli altri transfughi. Josh Breslaw (batteria), Nik Ammar (chitarra) e Steve Levi (clarinetto e voce) hanno serrato le fila richiamando in studio i produttori del loro disco più fortunato, quel “Laughter through tears” che cinque anni fa fece drizzare diverse orecchie riscuotendo anche un confortante successo commerciale. Scelta azzeccata, perché accantonate le tentazioni trip-hop, i loop e i (discreti) beat elettronici del passato gli Oi Va Voi oggi suonano più spontanei, acustici, naturali. Nessuna alterazione in laboratorio, nessuna alchimia di studio. Il loro è un suono che induce sempre alla “risata attraverso le lacrime”: qui baldorie ritmiche da sfrenata festa gitana (“Travelling the face of the globe”, la title track, ricorda il Goran Bregovic dei film di Kusturica), là spleen e humour ebraico con un misurato festival di trombe, violini e clarini a volte euforici, altre struggenti. Loro che hanno cantato di rifugiati e dissidenti eleggono ancora una volta il viaggio a tema unificante della raccolta: e in quel muoversi incessante è facile immaginare l’eccitazione della scoperta ma anche la disperazione della fuga. Rifuggono connotazioni “politiche” precise, i ragazzi di Londra. Ma in “S’brent”, canzone yiddish anni Trenta del poeta e folk singer Mordechai Gebirtig arrangiata e aggiornata per il Duemila (la voce è dell’ungherese Agi Szaloki, già collaboratrice in passato), raccontano di un villaggio dato alle fiamme evocando sinistri presagi di Olocausto e di guerra mondiale incombente. Spaesamento e malinconia sono nel loro dna e nella loro “inglesità” acquisita: ma è una malinconia vitale (“Every time”, “Foggy day”), cui si aggiunge talvolta un senso di stupore, una una dimensione onirica (“Wonder”). C’è poi il lato “up”, più danzereccio e caciarone del gruppo: “Magic carpet”, strumentale, è una “Caravan” ellingtoniana da tappeto volante e da una mille e una notte, “Dusty road” scimmiotta en passant il “Rock around the clock” di Bill Haley prima di sbizzarrissi su un tempo indiavolato di klezmer swing, “Long way from home” singhiozza a ritmo di ska citando fugacemente il tema di 007 (dal vivo il pogo è assicurato). Chiude una ipnotica e rarefatta “Photograph” affidata al recitativo e alla voce di Dick Rivers, stagionato “Elvis Presley di Francia”: in un film di Patrice Leconte sarebbe perfetta. Ok, la prima formazione forse era migliore, l’effetto sorpresa è svanito. E resta sempre a mezz’aria quella sensazione di un potenziale parzialmente inespresso, di una musicalità non completamente liberata. Non lamentiamoci, gli Oi Va Voi restano un progetto riuscito, fresco, vitale, di integrazione etnico-musicale. Concreto e non utopico. Spontaneo, e non costruito a tavolino. Uno dei pochi, in fondo, ad avere realizzato nella vecchia Europa le promesse della world music.


(Alfredo Marziano)

TRACKLIST

01. Waiting
06. Magic carpet
09. Wonder
11. Stitches and runs
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