21ST CENTURY BREAKDOWN

Warner (CD)

Voto Rockol: 4.0 / 5

di Giampiero Di Carlo

Nel 1994, l’anno in cui moriva Kurt Cobain, usciva “Dookie”. Il grunge si avviava a fine missione e cominciava a concedere parte della grande ribalta anche ai ‘nuovi’ punk americani, in effetti già in giro già da un pezzo. Come i Green Day, ad esempio. Alfieri della Bay Area, vantavano allora una carriera discografica avviatissima ma erano ancora confinati, se non nell’underground, decisamente nel background. Con “Dookie” la loro popolarità esplose e la grande libreria della musica rock li accolse nella casella punk, inquadrandoli più come interpreti irriverenti e qualunquisti del proprio genere che non nella più destabilizzante ma autorevole categoria dei nichilisti, toccata anni prima ai loro eroi britannici. Da allora Billie Joe Armstrong, Mike Dirnt e Tré Cool vivacchiarono più che bene, ma senza acuti. Fino al 2004. Fu allora che, per la seconda volta, presero il rock di sorpresa e sfidarono il loro tempo e sé stessi per consegnare alle stampe “American idiot”, una rock-opera tristemente ispirata al declino della società americana ai tempi di George W. Bush. Mossa artistica temeraria, manovra di marketing da kamikaze: dopo tanto tempo potevano i Green Day figurare come promotori di istanze sociali e politiche così nette, peraltro col contorno di un paio di belle ballate che sembravano piazzate là apposta per sdoganare testi al vetriolo? Potevano, in effetti: non solo quei punk vendettero oltre 6 milioni di copie, ma lì nella grande libreria furono costretti a lavorare sodo sulla loro casella.
Come salmoni contro corrente, i Green Day hanno lasciato in attesa i fans per cinque anni, impiegandone tre per confezionare il seguito di "American idiot" e - in faccia al mercato dei singoli e alla legge dei download – ecco la seconda rock-opera consecutiva. Oggi il mio iTunes classifica “21st Century breakdown” come “pop punk” e Billie Joe Armstrong non grida più come quindici anni fa “I’ve got no motivation” (apparentemente il lamento di un uomo maturo prostrato dalla lotta con la vita), ma chiede “Gimme revolution” (apparentemente l’urlo di battaglia di un giovane punk). Al posto di St. Jimmy e Jesus of Suburbia, i due personaggi che hanno trasformato in agit-prop la musica dei Green Day denunciando in "American idiot" lo squallore di uno stile vita ‘small town’ anestetizzato e avvelenato dal crollo dei valori e dallo spaccio della guerra come necessità e unica soluzione, irrompono in scena Christian e Gloria, giovane coppia di punk innamorati che, in un lugubre post-Bush lungo 70 minuti, 18 canzoni e tre atti, paiono non avere altro che sé stessi su cui contare. La denuncia è sostituita da un allarme, da un grido di battaglia; i Green Day sembrano volere avvertire che, dopo la desolazione e l’isolazionismo, la speranza di nome Obama potrebbe non essere sufficiente per l’America, perché la loro (e quella immediatamente successiva) è una generazione spenta, obnubilata. Se prima la desolazione, lo sdegno, lo schifo e la protesta erano all’ordine del giorno, ora risuona l’ammonimento: serve svegliarsi, rischiamo la rassegnazione. Nei tre atti in cui “21st Century Breakdown” è suddiviso ("Heroes and cons", "Charlatans and Saints" e "Horseshoes and handgrenades"), Billie Joe Armstrong punta il dito contro sé stesso e i suoi pari ("My generation is zero/I never made it as a working-class hero") ma, soprattutto, contro stato e chiesa, colpevoli di abbandonare gli individui al proprio destino e millantare un senso di comunità che non esiste ("We are the desperate in the decline/Raised by the bastards of 1969").
Tutto ciò si declina anche in alcune novità musicali e sonore che in "American idiot" avevano già fatto capolino. "21st Century Breakdown" è stato prodotto da Butch Vig, leggendario quanto l’album più iconografico da lui firmato, “Nevermind” dei Nirvana (oltre a, tra gli altri, “Siamese dream” degli Smashing Pumpkins). Il suo tocco, insieme alle impreviste aperture vocali di Billie Joe Armstrong e alle innumerevoli (e dichiarate) citazioni di un rock classico a tratti molto distante dal punk-marchio-di-fabbrica del gruppo, sono gli elementi che fanno la differenza nel nuovo album dei Green Day. Nella beatlesiana e pianistica "Last night on Earth" il cantante sfodera un falsetto che non gli conoscevamo; in "Restless heart syndrome", la ballata apre lenta e intimista nelle liriche, per poi evolvere a pezzo tiratissimo, una tendenza che si riscontra in altre parti dell’album: come se i Green Day oscillassero tra il gusto e la curiosità per altre forme e poi sentissero l’urgenza di tornare immediatamente “a casa” prima che il pezzo chiuda. Ma le loro sono escursioni ambiziose e classiche. “21 guns”, che comincia con una chitarra acustica che ricorda straordinariamente "Boulevard of broken dreams", all’altezza del ritornello pare trasformarsi in "All the young dudes" dei Mott the Hoople. “The static age” è un tributo alle atmosfere springsteeniane, con reminiscenze miste tra “Born to run” e “Jungleland”, distillate con una classica urgenza sonora punk; i power chords alla Pete Townshend impreziosiscono “Horseshoes and handgranades” con qualche eco degli Who; la title track è, come già si è detto e scritto, la "Bohemian Rhapsody" dei Green Day: suono epico, struttura mutevole, ritorno ai tre accordi veloci dopo l’attacco melodico e grandioso e un testo a metà tra il manifesto (“Dream America, dream / Scream America, scream") e l’autocitazione con il riferimento al classico lennoniano che fu una loro cover ("My generation is zero / I never made it as a working class hero).
La continua contaminazione tra il furore punk e il recupero del “classic rock” è la trama del disco, sulla quale Billie Joe Armstrong inserisce mille icone dell’America, in un continuo gioco di flashback e richiami storici. Ecco gli anni ’70 come anticamera dell’incubo dei Duemila (prima "Born into Nixon, I was raised in hell/A welfare child where the teamsters dwelled"; e poi "Video games to the towers' fall/Homeland Security could kill us all"). Oppure, la Bibbia… rivisitata: "I threw my conscience in the river in the shadow of doubt" non fa che ‘riscrivere’ il salmo 23:4 che in inglese recita invece: "I will walk through the valley of the shadow of death... I will fear no evil". Ed anche, in “March of the dogs”, uno spietato attacco a chi sotto le mentite spoglie della religione persegue biechi fini di indottrinamento: “I want to know who’s allowed to breed/All the dogs who never learned to read/Missionaries, politicians/And the cops of a new religion” (l’attacco all’ipocrisia dei nuovi cristiani prosegue poi in "East Jesus Nowhere"...). In tutto ciò, il singolo "Know your enemy" riecheggia i più classici Green Day di “Dookie” ma, soprattutto, si affida allo stile ‘combat’ più genuino dei Clash per consegnare il messaggio chiave: "Conosci il nemico/ Il silenzio è il nemico / Allora datemi la rivoluzione”.
In “21st Century breakdown” l’urgenza trasmessa dal suono e dal messaggio è una cifra estetica che cela un album molto più consistente, la cui realizzazione ha richiesto al gruppo una cura ed un’attesa tali da metterne a repentaglio la stessa sopravvivenza. Denunciare con disincanto ed essere credibili. Ripetere l’azzardo della rock-opera. Amalgamare gli anni Settanta affiancando punk rock e classic rock. E’ solo pop punk, ma mi piace.