«ROADSINGER (TO WARM YOU..) - Cat Stevens/Yusuf Islam» la recensione di Rockol

Cat Stevens/Yusuf Islam - ROADSINGER (TO WARM YOU..) - la recensione

Recensione del 06 mag 2009

La recensione

Da tanti annunciato, il ritorno di Cat Stevens si compie per ora solo a metà: sulla copertina di “Roadsinger” campeggia ancora il nome del suo alter ego islamico, Yusuf. E dove sono le chiacchierate collaborazioni con Dolly Parton e sir Paul McCartney? Nei crediti, e tra le pieghe del disco, dei due Illustri non c’è traccia; in realtà le due star hanno prestato le preziose ugole solo a“Boots and sands”, una delle bonus tracks che gli acquirenti del disco trovano a disposizione su Internet e che ha per tema quell’increscioso incidente del 2004 quando, in piena psicosi post 11 settembre, il povero e incolpevole Yusuf venne ricacciato indietro alle frontiere degli Stati Uniti come si trattasse di un pericoloso terrorista. Macca e la platinata Dolly sono rimpiazzati altrimenti, e assai più modestamente, ai backing vocals dal soul man inglese James Morrison e dalla ex promessa statunitense Michelle Branch. Più adatti, forse, a un disco gradevole ma di basso profilo, ultraconciso (31 minuti e 39 secondi di durata), transitorio e forse incompiuto (quattro delle canzoni sono state scritte per “Moonshadow”, il musical allegorico che rappresenta al momento il progetto più ambizioso del ritrovato cantautore). Complice il ritorno simbolico all’etichetta dei bei tempi andati, la Island Records un tempo di Chris Blackwell, Yusuf suggerisce di leggerlo come un ritorno al classico suono anni Settanta di dischi come “Tea for the tillerman” e “Teaser and the firecat”, appena ristampati dalla Universal in doppia deluxe edition. Talvolta, anzi, il richiamo è esplicito: “Be what you must”, nel mezzo del cammino, inizia con il celebre fraseggio al pianoforte di “Sitting” (da “Catch bull at four”, 1972) prima si sciogliersi in un aforisma (“per essere quel che devi essere, devi rinunciare ad essere quel che sei”) dai toni delicati e fanciulleschi amplificati da un coro di bimbi e un arrangiamento fin troppo caramelloso.
E’ tornato a fare il trovatore, il fu/sarà Cat Stevens (la copertina spiega bene il concetto), con una voglia encomiabile di gettare un piccolo ponte tra Oriente e Occidente proponendosi come volonteroso interprete tra i due mondi. Ha riscoperto l’amore per la chitarra acustica e il pianoforte, per i colori ad acquerello di quel folk pop delicato, limpido e cristallino che resta il suo marchio di fabbrica. Nel brano che intitola il disco (sottotitolo: “To warm you through the night”, “per scaldarvi durante la notte”), lo si potrebbe persino scambiare per Donovan: “Roadsinger” è un’altra filastrocca crepuscolare e moraleggiante in cui il saggio Yusuf ammonisce a non guardare con sospetto chi arriva da fuori, trasformando “un amico in straniero”. Il contraltare è “Welcome home”, episodio iniziale introdotto dalle percussioni e da un bell’intreccio elettroacustico di chitarre che subito introduce all’umore quieto, pacifico, riflessivo della raccolta. Yusuf ha una voce più bella, piena e e matura, oggi, e non ha disimparato il mestiere: lo aveva dimostrato già (e meglio) con quell’ “An other cup” che tre anni fa segnò il suo ritorno alla musica “secolare”. Qui sembra ancora più preoccupato di suonare semplice e diretto, convinto che così sia più facile parlare al cuore della gente. Avrà anche ragione, ma rispetto al predecessore questo disco ha le armi più spuntate, meno varietà timbrica e d’atmosfere, minore energia. Yusuf arpeggia con tono gentile (“Thinking ‘bout you”), si attorciglia placido intorno a un giro di blues (“Everytime I dream”, lo dice lui stesso, richiama certe atmosfere di “Mona bone jakon”), ricorda antiche notti trascorse nei folk club. “World o’ darkness” è una bella ballata apocalittica (nello stile classico di “Eve of destruction” di Barry McGuire); nella stessa orbita si iscrive “The rain”, una outtake fine anni Sessanta che Yusuf ha aggiornato utilizzando i colori di una sezione d’archi per raffigurare le nuvole all’orizzonte. Altrove usa un voluttuoso sax notturno per incorniciare l’intimismo di “Dream on (until…)” o piega lievemente verso il soul (“This glass world” potrebbe essere nelle corde di Ben Harper), senza mai dimenticare la sua vocazione per la canzone devozionale (“All kinds of roses”, un piccolo inno all’unità nella diversità ricordando che “esiste un solo Dio”). Poi il cerchio si chiude con un brevissimo e sognante epilogo strumentale. Voilà, tutto finito in un lieve battito di ciglia. Un po’ troppo tiepido, questo album, un po’ troppo dimesso, per resuscitare il fantasma ingombrante di Cat Stevens.


(Alfredo Marziano)

TRACKLIST

01. Welcome home
02. Thinking ‘bout you
03. Everytime I dream
04. The rain
05. World o’ darkness
06. Be what you must
07. This glass world
08. Roadsinger
09. All kinds of roses
10. Dream on (until…)
11. Shamsia
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