«TELL'EM WHAT YOUR NAME IS! - Black Joe Lewis & the Honeybears» la recensione di Rockol

Black Joe Lewis & the Honeybears - TELL'EM WHAT YOUR NAME IS! - la recensione

Recensione del 16 apr 2009 a cura di Giampiero Di Carlo

La recensione

Alla fine del CD arriva “Please Pt.Two”. La leva del volume si sposta gradualmente verso l’alto per liberare un frastuono chitarristico hendrixiano, in un crescendo che ti fa ripiombare alla fine degli anni Sessanta: quel mood a metà tra una musica visionaria e sacrificale e il grido primordiale di libertà. E il grido sale, urla “Please!” e si fonde con un inno a James Brown. E’ così che Black Joe Lewis conclude simbolicamente una mezz’ora di enciclopedia dell’R’n’B, di resurrezione della Stax, di rivisitazione del soul e del blues degli urlatori, la mezz’ora del suo album d’esordio.
“Tell ‘em what your name is!” rivela al grande pubblico una piccola verità che ad Austin e dintorni conoscono da almeno un biennio: c’è un giovanotto con la pelle nera che si aggira con una band di otto elementi, compresa una sezione fiati da spavento, gli Honeybears, e non teme di essere accusato di saccheggio. E’ uno di quei momenti che, negli ultimi tre decenni, abbiamo già assaporato. E’ il momento in cui il blues esce dal museo. Non con il frastuono (e la fortuna) che si accompagnò a John Belushi e Dan Aykroyd nell’80, ma con quel senso di sorpresa per la sua attualità e la sua qualità di quando debuttarono Robert Cray, Jeff Healey, Jonny Lang, Derek Trucks – e con la speranza di un viatico anche migliore.
La Lost Highway, etichetta-simbolo di quel genere ‘Americana’ che richiama alla mente suoni e tradizione della ‘heartland’ dei bianchi, è la label che ha messo Black Joe Lewis sotto contratto. In un periodo in cui si avverte forte il senso di integrazione cui si appella il presidente Obama, casa discografica e artista riaffermano l’appartenenza fondamentale del genere R&B alle fondamenta della musica a stelle e strisce e, forse con intuito paraculo e forse con spontaneità, finiscono per firmare un minuscolo manifesto culturale sul tema. Ma questo è il minore dei pregi. Il maggiore è un misto di quell’energia pura, di libertà assoluta, di volume, di compattezza, di sessualità sfrenata che riescono a rendere un debutto un album rilevante. In dieci pezzi che pescano a piene mani da una collezione d’autore di suoni e di idee, c’è la sfrontatezza di riproporre quei suoni e quelle idee con la convinzione che siano attuali. L’originalità, qui, sta nella sfida di cercare il mainstream attraverso un vintage scivolosissimo.
Artisticamente, Lewis appartiene di diritto alla tradizione vocale degli urlatori, che annovera Howlin’ Wolf, James Brown, Joe Tex e Wilson Pickett tra i suoi massimi esponenti (si ascoltino “Bobby Booshay” e la succitata “Please Pt. Two” a titolo di esempio). Come chitarrista, invece, sceglie di posizionarsi soprattutto come ‘band leader’, e si direbbe che la pietra angolare sua e degli Honeybears possano essere Booker T & the MGs (ascoltare il Memphis soul della strumentale “Humpin’” per farsi un’idea, o il funk da locomotiva di “Gunpowder”, o l’ottima “Sugarfoot”). Come autore, infine, è naif e piacevolmente volgare come solo un bluesman rurale (sganasciarsi dalle risate sul testo di “Get yo’ shit” si può, ma anche irritarsi un po’ per il disinvolto sessismo di “Big booty woman”; per ascoltare l’originale delta blues, c’è “Master sold my baby”).
“Tell ‘em what your name is!” è un disco praticamente live, co-orchestrato da Black Joe Lewis insieme alla sua metà musicale, il chitarrista Zach Ernst, e prodotto da Jim Eno, batterista degli Spoon. Non è una brand new bag? Oh, no. E’ hardcore r’n’b del 2009 suonato per ballare.

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