«AT THE BBC - Joe Jackson» la recensione di Rockol

Joe Jackson - AT THE BBC - la recensione

Recensione del 20 mar 2009 a cura di Alfredo Marziano

La recensione

Dicono che gli anni Ottanta sono stati il crepuscolo del rock. Verissimo, ma tornate con la memoria al 1982: è l’anno di “Nebraska” e di “Combat rock”, del quarto di Peter Gabriel e di “Remain in light” dei Talking Heads, della “Beautiful vision” di Van Morrison e della “Imperial bedrooom” di Costello; è l’anno, anche, di “Night and day” di Joe Jackson. Mentre in classifica impazzavano i Dexys Midnight Runners e gli Human League l’allampanato e cinico inglese di Burton-upon-Trent s’era preso una cotta per New York City, l’ “altro mondo” di una sua canzone in cui la gente ti sorrideva per strada (l’amore è cieco, si sa), dove era eccitante uscire ogni sera saltando a bordo di un taxi giallo e far notte nei club ad ascoltare la salsa di Eddie Palmieri e Ray Barretto. Rieccola, quella eccitazione, catturata dal vivo dalla Bbc tra l’’82 e l’83, in un doppio cd che offre anche registrazioni più vecchie, quattro pezzi nel febbraio del ’79 per lo storico programma radiofonico di John Peel e uno spicchio di concerto all’Hatfield Polytechnic nel gennaio del 1980. La scaletta non è cronologica ed è un peccato perché in quei due o tre anni Jackson fece un balzo canguresco sulla mappa geografica, un salto quantico di stile. Il ’79 e ’80 di queste incisioni per la “Beeb” sono gli anni dei primi due dischi, “Look sharp!” e “I’m the man”, istantanee in fotocopia di un giovane arrabbiato che sputava veleno su giornali scandalistici e venditori di fumo (“Sunday papers”, “I’m the man”) con un new wave rock asciutto, rappreso e a velocità supersonica (“One more time”, “Got the time”), parente prossimo del pub rock di Graham Parker (il precursore del genere) e del primo Elvis Costello. Basso (Graham Maby), chitarra (Gary Sanford) e batteria (Dave Houghton), un suono aguzzo, tagliente, stringato ma niente affatto unidimensionale grazie alla bravura dei musicisti (straordinariamente elastico Maby al basso), alla predilezione per i ritmi giamaicani (“Fools in love”), al gusto jazz e alla vocazione da crooner che Jackson aveva perfezionato in anni di piano bar insaporendo di acute osservazioni e di humour vetriolico le sue singolari canzoni d’amore (“Is she really going out with him?”, il primo successo, e “It’s different for girls”). La session per John Peel ha una precisione chirurgica e si beve in un sorso, il concerto al Politecnico dell’anno dopo puzza di birra e di sudore con l’adrenalina a mille e Joe impertinente come da copione: fresco reduce da un tour americano, introduce “Sunday papers” sparando a zero su certi giornalacci d’oltre Atlantico e dedica “Friday” (davanti a un pubblico di studenti…) a chi si guadagna sgobbando tutta la settimana i divertimenti alcolici del venerdì. Canzoni semplici, aggressive e melodiche, scattanti e affilate come il coltellino a serramanico nelle mani un teppista, e ben ci sta in chiusura il richiamo al rock’n’roll insolente di Chuck Berry (“Come on”): qualcuno, ai tempi, lo chiamava “spiv rock”, e se il termine oggi suona desueto e demodé la musica, beh, quella no. Due o tre anni dopo è una goduria ascoltarsi la nuova orchestra Jackson di percussioni e di tastiere (abolita la chitarra, Joe poco prima aveva sentenziato la morte del rock) e i nuovi arrangiamenti del vecchio repertorio: gli stacchi di “On your radio” e i break di “Look sharp!”, una “Fools in love” dall’avvolgente introduzione organistica che abbandona il reggae per l’afrocubano, gli assoli latin jazz di pianoforte, le conga di Sue Hadjopoulos, la voce e le tastiere di Joy Askew, il basso pieno, pulsante e melodico dell’insostituibile Maby. All’Hammersmith Odeon di Londra, 1982, Jackson è un po’ rauco e sfiatato, “Steppin’ out” non brilla come in studio e “Real men” è deturpata dalle fragorose staffilate di una drum machine figlia del suo tempo: però il bandleader è di buon umore, e non si incavola neppure quando il pubblico batte le mani clamorosamente fuori tempo su “Tuxedo junction”, swing di milleriana memoria ripreso l’anno prima su “Jumpin’ jive”. Nell’83, al Regal Theatre di Hitchin, Joe è più in palla, sfodera l’irresistibile reinvenzione a cappella di “Is she really going out with him?” e chiude con “A slow song”, il “lento” più bello ed emozionante dell’intero catalogo. Qualche nostalgia per quei momenti l’inglese (che ora sta a Berlino) deve pure averla provata, se nel 2000 ha confezionato un sequel a “Night and day”, nel 2003 ha ricostituito brevemente il quartetto base per consegnare ai posteri il “Volume 4” della Joe Jackson Band e l’anno scorso si è ispirato alla sapiente semplicità pop dei suoi esordi per confezionare “Rain”. Il resto della storia non è stato altrettanto avvincente, nonostante un coraggio da leone e un’ambizione smisurata che lo hanno portato a spasso tra fusion e tentazioni di musica colta, nostalgie del Brill Building e della Blue Note. Neanche qui tutto è perfetto, a cominciare dalla qualità delle registrazioni, e si è persa una volta ancora l’occasione di recuperare dal tour di “Night and day” la scoppiettante “Motown medley” che chiudeva quei concerti. L’antico “Joe Jackson Live 1980/86”, uscito nell’88, era registrato meglio ma troppo frammentario, e non è il caso di fare troppo gli schizzinosi di fronte a un doppio che costa come un singolo in collana economica e scodella due ore e mezzo di musica vibrante, divertente, intelligente, spiritata, piena di entusiasmo giovanile: la faccia fresca e presentabile degli anni Ottanta.


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