«LOVE, HATE, AND THEN THERE'S YOU - Von Bondies» la recensione di Rockol

Von Bondies - LOVE, HATE, AND THEN THERE'S YOU - la recensione

Recensione del 02 mar 2009 a cura di Marco Jeannin

La recensione

Uno si aspetta che una gestazione di cinque anni serva a qualcosa. Non so, una svolta, un lavoro minuzioso, mal che vada la produzione di un disco solido. Non siamo a livelli di “democrazie cinesi” recenti, ma poco ci manca. Dei Von Bondies si sono perse le tracce quindi più o meno nel 2004, dopo la pubblicazione di “Pawn shoppe heart”, di scarso successo in Gran Bretagna e flop negli Stati Uniti. Pausa di riflessione di rito ed eccoli oggi con dodici pezzi nuovi di zecca, e con le parole del frontman, Jason Stollsteimer: “Siamo una nuova band. Non si deve evitare il passato, ma questa è una nuova direzione”.
Che sia stata imboccata una nuova strada, questo è indubbio. Che sia stata una mossa azzeccata questo è tutto da vedere. E per quanto mi riguarda i puntini sulle “i” vanno messi in partenza.
“Love, hate and then there’s you” non è un buon disco. Forse mediocre, sicuramente convenzionale e in linea con la produzione standard indie rock attuale. Nessuna innovazione sonora, pochi spunti melodici interessanti e addirittura qualche scopiazzatura che magari vorrebbe essere citazione (vedi il rapporto tra l’intro di “She’s dead to me” e una band chiamata Nirvana). Sono tempi lontani quelli degli esordi e dei paragoni di livello, quando si tiravano in ballo White Stripes, Stooges e Mc5 (riascoltarsi pezzi come “It Came From Japan” per credere). I nuovi Von Bondies hanno imparato a stare in piedi da soli e deciso di esplorare territori meno rischiosi e in qualche modo commerciali, definizione che non stride nonostante venga abbinata ad una band oramai più indie che punk.
Ecco che allora il disco scorre tranquillo per poco più di mezz’ora, senza mai lasciare un’impronta ben definita. L’inizio ad ogni modo non è male. “This is our perfect crime” apre con una certa grinta e un ritornello abbastanza efficace e facile da stamparsi in testa. “Shout your mouth” è decisamente modaiola, nonostante il riff di chitarra grezzo e il basso volutamente esaltato e vagamente new wave. “Pale bride” è il singolo. E mi auguro che resti tale. Episodio da trascurare per insufficienza di interesse. Passa anonimo con una pressante sensazione di già sentito. “21st birthday” suona come un potenziale singolo dei Kaiser Chiefs allungato con acqua, mentre di “She’s dead to me” oltre a ciò che già è stato detto, vanno fatti notare i coretti di fondo, insopportabili come pochi. “Accidents will happen” fa venire voglia di ascoltare gli Okkervil River, decisamente più adatti e bravi a fare gli scanzonati al sole. Conclusione con “Modern saints”, uno dei pochi pezzi sopra i quattro minuti e in grado di mantenere alto un certo interesse.
In definitiva spiace parlare male completamente un disco evidentemente pieno di difetti e senza un obiettivo vero e proprio. Non siamo però a livelli di pistola alla testa, come suggerisce la copertina (forse la cosa migliore dell’album), e la delusione maggiore forse è dovuta alle aspettative di fondo. Tradite quelle, anche un disco mediocre suona molto peggio.

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