«IT'S NOT ME, IT'S YOU - Lily Allen» la recensione di Rockol

Lily Allen - IT'S NOT ME, IT'S YOU - la recensione

Recensione del 09 feb 2009 a cura di Franco Bacoccoli

La recensione

Di buona famiglia, con un padre attore e musicista ed una madre produttrice cinematografica, Lily Allen in Gran Bretagna è ritenuta una delle cantanti più cool dal 2006 ad oggi. Il suo pedigree include “Smile”, un singolo arrivato al primo posto nelle chart locali, l’album “Alright, still”, spintosi sino alla seconda posizione e peraltro discretamente venduto anche in Italia, ed un talk-show andato in onda alla BBC, che sarà anche un canale un po’ vecchiotto ma che per sudditi di Sua Maestà è sempre una venerabile istituzione. Di contorno: anni scolastici trascorsi in costosi istituti, qualche traffico illegale di stupefacenti pur non avendo particolarmente bisogno di cash, una popolarità inizialmente emersa via MySpace, notti brave, alzate di gomito, una relazione con Ed Simons dei Chemical Brothers andata a rotoli dopo un aborto spontaneo.
Lily, 23 anni, di Londra, è una sorta di simbolo di quella jeunesse dorée che, pur potendosi permettere di non lavorare, si mette a far di tutto per perseguire il proprio lato ritenuto artistico. E, caracollando da un locale all’altro, da un party all’altro, fa musica perché far musica è figo.
Sarebbe da bollare come un sottoprodotto del capitalismo più sciocco e sprecone, se non fosse per un fatto: Lily Rose Beatrice Allen, pur proponendo brani che difficilmente entreranno tra i più fulgidi esempi della discografia mondiale, snocciola canzoni fatte maledettamente bene e che fotografano alla stragrande un certo genere di società.
”It’s not me, it’s you”, preceduto (dopo qualche tentennamento sulla scelta) dal singolo “The fear”, brano peraltro definito “superbo” dal “Daily Telegraph” e balzato al primo posto della chart locale lo scorso 1° febbraio, è uno di quegli album così perfettamente inutili che sarebbe un peccato non acquistare. E’ simpaticamente leggerino, grazioso e non lezioso, adattabile a varie circostanze come una sciarpa di cashmere. Gli anglofili avranno inoltre di che gioire. Il disco, nei testi, offre squarci di “ordinary life” sicuramente non memorabili ma che sono un flash preciso. Si prenda ad esempio “Chinese”: “Tomorrow we'll take the dog for a walk/And in the afternoon then maybe we'll talk/I'll be exhausted so I'll probably sleep/And we'll get a Chinese and watch TV”. Non sa forse, e tanto, di pigre domeniche pomeriggio in Gran Bretagna? “Everyone’s at it”, della quale si è già ampiamente parlato per il contenuto, è una buona canzone e prodotta ancor meglio. “The fear” è probabilmente il pezzo che i Pet Shop Boys proporrebbero se dovessero esordire ora. “Not fair” si rivela come una composizione divertente su base curiosamente country/spaghetti western. “22” si snoda senza brividi ma è uno di quei pezzi che ti fanno battere il piede sul ritmo, anche perché a un certo punto c’è un piano honky-tonk. Il testo di “I could say” sembra richiamare una passata e forte esperienza sentimentale, forse proprio quella con Ed. “Back to the start”, ballabile, è proprio un brano alla Allen, si muove con studiata nonchalance e trotterella sovrappensiero. “Never gonna happen”, che inizia con fisarmonica, al via pare una filastrocca waitsiana e poi si sviluppa su due livelli, uno appunto sulla falsariga di Tom e l’altro, come detto prima, simpaticamente leggerino. “Fuck you” è una canzone quasi irresistibile: su un impiantito di scuola Abba la Lily manda al diavolo un personaggio che le ha fatto del male. Pezzo a tratti strepitoso. “Who’d have known”, dall’incedere à la McCartney, ha plateali richiami beatlesiani ma vince al novantaduesimo anche se sarebbe da cartellino rosso per fallo sul penultimo uomo (dei Fab Four). “Chinese”, di cui prima, è una canzoncina minima ma convincente. Niente di speciale “Him” e “He wasn’t there”, tocchi soffici che poco aggiungono ad un album da valutare, nel complesso, positivamente.

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