«ALREADY FREE - Derek Trucks Band» la recensione di Rockol

Derek Trucks Band - ALREADY FREE - la recensione

Recensione del 04 feb 2009

La recensione

Derek Trucks s’è costruito un home studio con le sue mani a Jacksonville, in Florida, raccattando microfoni e console vintage a New York e a Londra, presso i vecchi studi della Sony e i Konk di Ray Davies. L’ha chiamato Swamp Raga ed è il piccolo segreto di “Already free”, sesto album di studio della pittoresca band di “progressive blues” che porta il suo nome. Un disco dal suono meravigliosamente analogico e naturale, caldo e umido come il sole a picco sul Sud degli States, robusto e nodoso come i tronchi di pino che popolano i dintorni. Una delizia, un piacere da assaporare alzando la manopola del volume. A 29 anni appena il giovane Trucks è già un veterano di mille battaglie, e si sente dal come mastica le musiche con cui è nato e cresciuto. “Swamp raga” (dove “swamp” sta per palude) è anche un bel modo di spiegare il suo mondo musicale, americano al 100 per cento ma anche profumato d’Oriente, con il sarod indiano usato come un banjo appalachiano, la Gibson che ondeggia tra il Mississippi e il Gange, il fraseggio in bilico tra le dodici battute e le scale modali (“I know”, penultimo brano in scaletta, è il prototipo di questo suo personale concetto di fusion: un vaporoso mantra che si solidifica nel blues terragno di Big Maybelle). Scorre come un fiume impetuoso, “Already free”, e l’acqua è un elemento essenziale di un album che comincia con una cover di “Down in the flood”, Dylan ai tempi dei “Basement tapes” incorniciati dai suoni altrettanto rustici della Band di Robbie Robertson. A Trucks la metafora del diluvio universale serve per evocare una volta ancora lo spettro dell’uragano Katrina, ma è soprattutto l’approccio ruvido, tagliente, down home alla canzone a farne una scelta azzeccata e una rilettura niente affatto scontata. Applausi anche alla band, un combo multicolore che incrocia razze e generazioni e suona con una sintonia telepatica forgiata in centinaia di esibizioni dal vivo. Sembra cresciuto soprattutto il giovane cantante Mike Mattison, che qui calibra con bella misura la voce crespa e rugosa spingendo spesso verso le sponde di un Sixties soul targato Atlantic e Stax (con tanto di piccola sezione fiati di accompagnamento). Ecco spiegata la scelta di “Sweet inspiration”, versione scoppiettante di un classico gospel soul firmato da Dan Penn e Spooner Oldham e suggerito a Trucks da Carlos Santana; ecco “Days is almost gone”, ballad alla Etta James ma declinata al maschile.
Tra slide imbizzarrite, i timbri caldi dell’Hammond e del Wurlitzer, l’energico e composito assalto ritmico delle percussioni prevale nel disco un umore torrido e solare, con molto spazio ai groove (“Something to make you happy” e “Down don’t bother me”, possibili rampe di lancio per lunghe improvvisazioni dal vivo) e richiami inevitabili alla vita parallela che Trucks conduce come chitarrista della Allman Brothers Band. Suoni saturi, ma anche aria per respirare: chitarre e percussioni soltanto, nel boogie sbuffante di “Get what you deserve” e nel blues arcaico di “Already free” introdotta dallo sfrigolio nostalgico di un vecchio vinile. Indovinata anche la scelta di alternare le voci soliste, con altri amici di famiglia invitati al microfono: Susan Tedeschi, cantautrice e moglie di Derek, canta benissimo “Back where I started”, un placido e introspettivo gioiellino acustico che Trucks ha scritto insieme a Warren Haynes, leader dei Gov’t Mule e altro guitar hero degli Allman. E Doyle Bramhall II, cantante e chitarrista incontrato alla corte di Eric Clapton, è un co-protagonista importante in sala di regia, alla chitarra e con la voce, nella pigra “Maybe this time” (un po’ nello stile dei Little Feat) e nella delicata “Our love”, chitarre acustiche e pianoforte in primo piano con l’elettrica di Trucks che guizza sguscia volteggia in libertà in uno dei momenti migliori del disco. Un difetto? Manca un po’ del coraggio e dello spirito avventuroso che caratterizzavano il precedente “Songlines”, quella voglia di aprirsi al mondo con lo spirito esploratore di un Bruce Chatwin. “Already free” è anche in questo un disco più familiare e casalingo, più compatto e quadrato, un filo più prevedibile. Ma è esemplare nel suo sforzo di rinvigorire e rinnovare la tradizione, una scatola sonora delle meraviglie che gli amanti del blues, dell’r&b e della musica americana non devono assolutamente farsi scappare.


(Alfredo Marziano)

TRACKLIST

01. Down in the flood
02. Something to make you happy
03. Maybe this time
04. Sweet inspiration
05. Don’t miss me
06. Get what you deserve
07. Our love
08. Down don’t bother me
09. Days is almost gone
10. Back where I started
11. I know
12. Already free
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