«MERRIWEATHER POST PAVILLION - Animal Collective» la recensione di Rockol

Animal Collective - MERRIWEATHER POST PAVILLION - la recensione

Recensione del 02 feb 2009 a cura di Marco Jeannin

La recensione

Il collettivo non dorme mai. L’impressione di partenza è proprio questa: gli Animal Collective a conti fatti, dal 2000 a oggi hanno all’attivo circa dodici pubblicazioni, senza contare i vari lavori da solisti di Panda Bear e soci. Una mole importante di musica che non lascia sicuramente indifferenti. A distanza di due anni dal precedente “Strawberry Jam” arriva il nuovo “Merriweather Post Pavilion”, undici pezzi di psichedelia elettronica figlia di una tradizione acustica e folk che non manca di mettere fuori il naso ad ogni occasione.
A partire dalla copertina, opera grafica di illusione ottica dello psicologo giapponese, Akiyoshi Kitaoka, il viaggio all’interno del disco è un vero turbine di sensazioni stranianti e melodie, a detta della band, il migliore di sempre. E per quanto ci si sforzi di provare il contrario, si fa fatica a non essere concordi. L’ora scarsa di durata mette sul piatto una pangea sonora in grado di rapire la mente, mantenendo i piedi ben saldi al terreno. Un esperienza lisergica di livello superiore capace di generare immagini e sensazioni diverse ad ogni ascolto. E probabilmente un disco del genere va ascoltato più che mai con una precisa cognizione di causa. Magari tutto d’un fiato.
Già perché una volta entrati dalla porta principale, la meravigliosa “In the flowers”, si fa molta fatica a voltarsi indietro. La sospensione dell’incredulità, quasi come di fronte ad una pellicola al cinema, è una condizione necessaria per lasciarsi trascinare dal riverbero che fa eco all’arpeggio, prima di fare spazio ad una vera esplosione di colori, ritmica e ipnotica. “My girls” batte sugli stessi tasti, ancora più rarefatta, punto più alto della rotaia dell’ottovolante che si prepara alla discesa vorticosa. Meravigliose “Daily routine” e “Bluish”, in grado di evocare prepotentemente gli anni Ottanta per poi trascinarli in un mondo molto più simile ai Sessanta della pop e della psichedelia pura. Come se i Beatles incontrassero i My Bloody Valentine. Mica poco. Il flusso ininterrotto di suoni filtra attraverso immagini coloratissime e dense di significati stratificati. Il disco si chiude con i sei minuti di “Brothersport”, suite elettronica cadenzata e allucinante che garantisce e conferma in ultima battuta, l’incredibile portata simbolica dell’intero disco.
Sono passati diversi anni dall’esordio, “Spirit they're gone, spirit they're vanished”. Il folk atipico ha lasciato spazio ad un suono nuovo, a qualcosa di estremamente sensoriale che testimonia quanto Avey Tare (David Portner), Panda Bear (Noah Lennox), Deakin (Josh Dibb), and Geologist (Brian Weitz) stiano crescendo e maturando, non solo come singoli, ma, per definizione, come collettivo.

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