Un'occasione del genere non si butta via, e proprio come nel video che illustra il loro hit-single, i Verve non possono fermarsi di fronte a certi particolari. "Nella storia c'è posto per noi", diceva già nel 1993 il cantante Richard Ashcroft, leader carismatico e assai emaciato del gruppo, "Probabilmente occorreranno tre album, ma ci arriveremo". Detto, fatto: dopo "A storm in heaven" (1993) e "A northern soul" (1995), ecco questo "Urban hymns", benedetto dal successo della "sinfonia dolceamara" e dalla approvazione degli Oasis. I fratelli Gallagher hanno infatti dichiarato che i Verve sono la loro band preferita, mentre i Radiohead sono "un gruppo noioso di studenti di m...".
Curiosamente, ascoltando "Urban hymns", la prima sensazione è proprio quella di trovarsi in una terra di frontiera tra Oasis e Radiohead. Ci sono alcune tentazioni e dilatazioni che chiamano in causa "Ok computer" di questi ultimi, ma soprattutto un campionario di idee che probabilmente sono mancate in "Be here now" degli Oasis. Ascoltando ad esempio "Lucky man", verrebbe la voglia di prestare le tredici canzoni di "Urban hymns" alla introversa grinta della voce e della chitarra dei due rissosi fratellini di Manchester, per ottenere un disco ancora più esplicitamente bello. Invece i Verve sono uno di quei gruppi che non danno tutto subito, invitando l'ascoltatore a immergersi nel loro mondo, se vuole trovarci qualcosa di buono. E qualcosa di buono c'è: inevitabilmente le atmosfere di "Urban hymns" ricorderanno agli ascoltatori meno giovani cose che hanno già sentito (ma poffarre, chi è mai stato esente da questa pecca?).
Eppure, il disco intriga, più nelle sue pagine romantiche e vagamente psichedeliche ("The drugs don't work", "Space and time", "Neon wilderness": vogliamo chiamare in causa i Pink Floyd di "More?") che nei tentativi di pigiare sul pedale del rock più ortodosso, probabilmente non nelle corde dei cinque Verve. Ma pazienza: c'è "Bitter sweet symphony", inno urbano per eccellenza, che qualche gratificazione all'orecchio e anche all'immaginazione la concede: "Questa vita è una sinfonia dolce e amara: tenti di capirci qualcosa, tenti di fare i soldi, e poi muori". Lapidari e dritti al punto: come nelle pagine migliori di questa musica che chiamiamo rock.