Artisti Vari - TORINO BOYS - la recensione

Recensione del 01 gen 1998

L’hip-hop italiano è un macello. Gruppi e gruppuscoli si coalizzano in confraternite compattissime all’interno e in feroce polemica con le sette rivali, in un’atmosfera che ricorda curiosamente l’ultrasinistra degli anni ’70. "Voi siete venduti e asserviti al potere" - "No, VOI siete venduti NOI non scendiamo a compromessi". Citiamo per tutti il brano dei Kaos One incluso in "Torino Boys": "Quella merda che tu spingi non è hip-hop, è macarena, da Red Ronnie puoi aspettarmi anche cent’anni, ti proclami un B-Boy ma la tua B sta per Bunny, vengo a prenderti anche subito". Invidie, faide, forse perché nell’ambiente cominciano a circolare un po’ di soldi, e i critici, la maggior parte dei quali, spiace dirlo, ha una certa età, cercano di orientarsi nel polverone, non ci riescono, e nel casino decidono che è una scena carica di vitalità - ma mai quanto un rassicurante disco di nonno Dylan. La colonna sonora di "Torino Boys" è manifesto eloquente della situazione. Il film dei giovani fratelli Manetti è un progetto ambizioso e fieramente "alternativo" nelle intenzioni. Va da sé che "L’odio" è tutt’altra cosa. Qui siamo casomai a una rivendicazione dell’emarginazione quasi modaiola. La pellicola narra di una storia d’amore e di (dis)integrazione razziale ambientata tra giovani nigeriani delle comunità di Torino e Roma. La colonna sonora, che è quel che più ci interessa, è completamente a base di hip-hop italiano, con Neffa cerimoniere e Otierre, La Pina, Sangue Misto, Colle der Fomento, e tanti altri ospiti. E al di là della piccola incongruenza - siamo convinti che tra i nigeriani il nostro rap sia popolare quanto il bluegrass lo era a Little Italy - il disco "Torino Boys" è una cartina di tornasole dei limiti che molti dei nostri piccoli principi rappanti riescono a nascondere nel polverone. Perché alla fine, Nigeria o non Nigeria, la maggior parte di questi bei tomi parla sempre e solo di sé, e si culla nel proprio personaggio (o nei personaggi che tentano di copiare). I Sottotono sempre più caricaturali nella loro pedissequa imitazione dei truzzi d’oltreoceano, La Pina che si definisce fiera "l’hip-hop con le tette" (in entrambi i casi, niente per cui ammattire) che "fa a cazzotti nello show-biz ed è sempre in ballo come la Carrà"; gli Otierre che precisano che la fama non gli ha portato soldi ma l’importante è crederci (...bravi), i Colle der Fomento che spiegano che se il loro hip-hop non ci piace è un problema nostro (quindi non si adonteranno se diciamo che fa abbastanza schifo). Segnaliamo anche la presenza incolore di Piotta, Lyricalz feat. Sab Sista e Sangue Misto, che probabilmente riservano il meglio di sé per altre cose. Neffa, che è un furbastro, tra un "bella lì" e un "già sai, baby" di prammatica trova un groove accattivante nella sua "Navigherò la notte" (l’inno degli internet surfers?). Decisamente meglio Flaminio Maphia ("Sbroccatamente si vive la notte") e Africa Unite ("Non sei sola"). Ma quando entrano in scena gli "stranieri" Dre Love con "So far away" o Sean feat. Elise, con "Vexed", che riescono a dire qualcosa di penetrante e attinente al soggetto del film, il contrasto prova in maniera lampante che l’hip-hop italiano, fatta eccezione per Frankie Hi-Nrg, 99 Posse e tutto sommato gli Articolo 31, è costretto a girare attorno a se stesso e a tre concetti per mancanza di personalità. Anche quando il temino dato dalla maestra era facile facile: "Raccontate in note e parole l’emarginazione delle grandi città italiane, attraverso gli occhi di alcuni giovani extracomunitari". Svolgimento: "Bella lì, io faccio rime, già sai"....

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