«TO LOSE MY LIFE - White Lies» la recensione di Rockol

White Lies - TO LOSE MY LIFE - la recensione

Recensione del 26 gen 2009 a cura di Franco Bacoccoli

La recensione

Uscito sgusciando dalle vie secondarie più buie di Chiswick, Londra, un nuovo gruppo pare in fase di emersione rapida (figura nelle liste di molte pubblicazioni del Regno Unito che indicano i nomi da tenere d’occhio nel 2009) anche se i quesiti che lo accompagnano non sono di scarso rilievo. C’è chi parla apertamente di una band-clone, chi alza le spalle e dice che si tratta solamente di qualche punto di contatto. Fino a che punto si può perpetuare un sound che piace, una volta che la formazione originaria è morta e sepolta? E’ giusto farlo? Non si tratta forse di esercizi sterili? I White Lies pubblicano in questi giorni l’album d’esordio, “To lose my life”. Il problema è questo: i White Lies, seppur gradevoli da ascoltare sia su disco sia nella dimensione live, sono una sorta di fotocopia dei Joy Division. E, considerando il buon numero di gruppi che già si è cimentato nell’impresa, viene perlomeno da chiedersi che effettivo bisogno vi sia di un’altra variazione sul tema. Perché siamo proprio da quelle parti, e esattamente tra “Closer” dei JD, il primo (sottovalutato) album dei New Order più aspersioni di fuliggine via Editors. Poi è ovvio che, se una cosa piace, si gradisce (ri)ascoltarla in tutte le salse, anche se dubitiamo che un eventuale clone di – diciamo - Springsteen verrebbe accolto a braccia aperte dagli estimatori del Boss. In qualunque modo si voglia girare la faccenda, il quesito di fondo rimane ed è grosso come un macigno. Ecco così “The price of love”, una litania lenta, malinconica, a tratti cupa. O “Farewell to the fairground”, dove i Joy ascoltano Morrissey. E poi “To lose my life”, veramente uno dei migliori brani degli Editors, con in più un testo che pare provenire dalla penna di Ian Curtis. “Unfinished business” è tutto JD, tranne (per fortuna) la voce e il tipico basso. Tra i pochi brani ad uscire dal seminato, “Death”; a dispetto del titolo che parrebbe evocare funesti presagi, scodella un sound –per il genere di gruppo- quasi scanzonato. E poi ci sono ancora “A place to hide”, che scorre senza lasciar traccia; “Fifty on our forehead”, in cui i Nostri sembrano gli Ultravox di “Vienna” (1980); una “From the stars” caruccia ma con melodia debole; infine “Nothing to give” che vede il frontman cantare con grandissima convinzione ma anche qui su una melodia labile, a meno che non si voglia definire il pezzo come “atmosferico”. Forse meglio attendere la seconda prova, quando i White Lies avranno (perlomeno si spera) sviluppato idee più personali.

Segui Rockol su Instagram per non perderti le notizie più importanti!

© 2020 Riproduzione riservata. Rockol.com S.r.l.
Policy uso immagini

Rockol

  • Utilizza solo immagini e fotografie rese disponibili a fini promozionali (“for press use”) da case discografiche, agenti di artisti e uffici stampa.
  • Usa le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, utilizzate ad esclusivo corredo dei propri contenuti informativi.
  • Accetta solo fotografie non esclusive, destinate a utilizzo su testate e, in generale, quelle libere da diritti.
  • Pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse in utilizzo da fotografi dei quali viene riportato il copyright.
  • È disponibile a corrispondere all'avente diritto un equo compenso in caso di pubblicazione di fotografie il cui autore sia, all'atto della pubblicazione, ignoto.

Segnalazioni

Vogliate segnalarci immediatamente la eventuali presenza di immagini non rientranti nelle fattispecie di cui sopra, per una nostra rapida valutazione e, ove confermato l’improprio utilizzo, per una immediata rimozione.