«AIN'T NO SAINT-40 YEARS OF - John Martyn» la recensione di Rockol

John Martyn - AIN'T NO SAINT-40 YEARS OF - la recensione

Recensione del 10 dic 2008

La recensione

Titolo azzeccato e sincero. John Martyn, del santo, non ha mai avuto l’aspetto né la reputazione. Non tutti i vecchi amici, l’ho verificato di persona, muoiono dalla voglia di rivederlo. E date un’occhiata al fronte e retro copertina, due primi piani che la dicono lunga sulla sua vita di burrasche e stravizi alcolici: il putto riccioluto degli anni Settanta è diventato un ispido orso bruno costretto su una carrozzella, dopo l’amputazione di metà gamba sinistra per un’infezione legata a problemi di circolazione del sangue. Stringe il cuore vederlo così, ma la sua musica non induce affatto a patetici sentimentalismi. Tutt’altro: nelle sue grinfie la chitarra è come un pendolo che ti imbambola, e quel vocione è un ruggito impastato di whisky e di torba di Scozia, la terra che lo ha allevato quando ancora si chiamava Iain David McGeachy. E’ un musicians’ musician con amici altolocati come Phil Collins ed Eric Clapton, ma resterà a vita un magnifico perdente. “Ain’t no saint”, il cofanetto che la Universal gli ha cucito addosso tirando i fili di una discografia disordinata ed eccessiva come lui (troppi live e troppe antologie raffazzonate in giro, attenzione!) non sposterà di una virgola le cose perché il compilatore John Hillarby, fan della prima ora e curatore del suo sito Web, ha pensato più ai collezionisti che ai neofiti. Ecco allora due cd dal vivo composti di materiale completamente inedito, e due di studio punteggiati da alternate takes. Per dire: la straordinaria versione di “Solid air” che nel 1973 intitolava l’album omonimo, dedica toccante e quasi impalpabile alla memoria dell’amico Nick Drake, qui non c’è, rimpiazzata da un provino ancora da sbozzare e da una rilettura dal vivo, 1975 al Rainbow di Londra, immersa nei fumi dell’alcool.
Chi non conosce il personaggio si perde qualche episodio fondamentale, d’accordo. Però la scelta di Hillarby, una canzone per ciascun album di studio pubblicato tra il 1967 e il 2004, fotografa bene l’evoluzione sorprendente, l’inquietudine artistico-esistenziale, il tragitto assolutamente ondivago del personaggio. Impossibile tracciare una linea retta tra “Fairy tale lullaby” e “Back to Marseilles”, primo e ultimo brano di queste “studio session”. Sono mondi apparentemente lontani, un salto quantico divide l’imberbe chitarrista che bazzicava i folk club londinesi cercando di competere con Bert Jansch e John Renbourn dall’eremita di oggi che mastica una poltiglia trip hop/jazz/blues senza paragoni sulla scena contemporanea. Musica world e onnivora prima del tempo, quella di Martyn: con dentro il folk di Hamish Imlach e la Giamaica dub di Lee “Scratch” Perry, gli arpeggi acustici di “Spencer the rover” e l’echoplex selvaggio di “Outside in” (qui dal vivo in una gloriosa versione da 13 minuti; chiedete a The Edge da chi ha preso ispirazione), il demone blues di “I’d rather be the devil” e la sublime concisione pop di “May you never” o “Sweet little mystery”, il funk gorgogliante di “Dealer” e “Big muff” (con Steve Winwood seminascosto alle tastiere) e l’avventurosa forma libera di certe improvvisazioni nello stile di Pharoah Sanders, in testa l’idea folle di far suonare come un sassofono free jazz la sua chitarra trattata con effetti, pedali, delay e distorsori. “One world” e “Small hours” (qui in versione strumentale), registrata di notte in riva al lago per catturare le profondità acquatiche e i riverberi delle onde, lasciano ancora a bocca aperta (ambient music in senso letterale; secondo molti, anzi, l’inizio del chill-out); è sempre irresistibile la bossa nova folk di “Head and heart”, e struggente come non mai “Hurt in your heart”, scritta dopo la separazione dalla moglie Beverley, protagonista con lui di due sottovalutati dischi nei primi Settanta. Il cofanetto snocciola anche inediti interessanti (la gagliarda “Eight more miles”, il dub tenebroso di “Black man at your shoulder”), accanto a cose minori degli anni Ottanta: la maledizione di quel decennio non ha risparmiato neppure Martyn, che dopo il bellissimo divorce album “Grace and danger” cercò di rientrare nei ranghi inzuppando la sua musica in una melassa di suoni sintetici e levigati nel tentativo inutile di acchiappare il pubblico di massa (ma anche con l’elettronica, poi, ha trovato la sua misura: “And.”, 1996, resta un disco avventuroso e avvincente). Dal vivo, al contrario, non ha mai deluso: prima la telepatica sintonia con il contrabbasso jazz di Danny Thompson, alter ego perfetto e compagno di sbornie colossali (ascoltateli in una affascinante “Bless the weather” a combustione lenta e molto improvvisata); poi la tonicità di certe pulsanti scorribande elettriche in compagnia di Alan Thomson, Arran Ahmun e Spencer Cozens (con un bel cameo di Paul Kossof dei Free, talento sciagurato della chitarra elettrica che con la Gibson Les Paul accarezza ruvidamente il blues di “So much in love”). Il “funky folk” di Martyn, come lui stesso lo chiamava, diventava sempre più funk e sempre meno folk, più mood e groove che canzone, non fosse che i tempi odierni dettano un ritorno all’acustico e tutto prima o poi riprende da dove era cominciato. “Over the hill”, l’ultimo pezzo in scaletta, è stata registrata lo scorso mese di febbraio alla cerimonia di consegna dei BBC 2 Folk Awards, ospite John Paul Jones degli Zeppelin al mandolino, ma profuma ancora di “Solid air” e di 1973. E’ puro John Martyn, aggrappato alla sua musica e a una vita che ha sempre maltrattato prendendola a ceffoni.



(Alfredo Marziano)

Per una tracklist completa del cofanetto:
http://www.amazon.co.uk/Aint-No-Saint-John-Martyn/dp/B001CDJ76M
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