«HEARTCORE - Wildbirds & Peacedrums» la recensione di Rockol

Wildbirds & Peacedrums - HEARTCORE - la recensione

Recensione del 09 dic 2008 a cura di Giuseppe Fabris

La recensione

Nella pila di dischi che accumuliamo durante l'anno ce n'è sempre uno di valore che, per vari motivi, non riusciamo ad ascoltare perdendo, così, l'occasione di valorizzarlo quanto merita.
A chi scrive per una volta è stata data l'opportunità di potersi redimere grazie ad un album uscito qualche mese fa, ma capitato tra le sue mani solo recentemente attirato dal curioso nome della band che lo firma, Wildbirds & Peacedrums. "Heartcore" era già stato glorificato altrove, ma, vista la sorpresa nell'ascoltarlo, è parso giusto ripescarlo prima che scadesse l'anno.
"Gli Uccelli selvatici & Le Batterie della pace" sono un duo proveniente dalla Svezia, precisamente Goteborg, dove Mariam Wallentin (voce) e Andreas Werliin (batteria), si sono conosciuti alla locale Academy of Music and Drama. I due sono gli autori di un disco di debutto che fonde semplicità e estro in un mix di musicale che parte del blues e il free jazz per andare in territori musicali meticci. Si racconta che alla base di questo suono tanto scarno ci sia la totale inesperienza di Mariam & Andreas nella registrazione in studio che li ha portati a preferire un approccio più fedele possibile all'andamento sinuoso della loro ispirazione.
E così è stato: le dodici canzoni di "Heartcore" viaggiano a cavallo delle corde vocali di Mariam capace di cambiare tonalità e stili diversi richiamando alla memoria altre voci più celebri come quelle di PJ Harvey e Bjork senza però assomigliare a nessuna di queste.
E la batteria? Beh, innanzitutto va detto che Andreas non si occupa solo delle percussioni, ma anche dei mille suoni che arricchiscono questo album. Ma se a una spetta il compito di traino, l'altro è sempre attento a contenerne le divagazioni vocali nei limiti del ritmo e della canzone: una combinazione che ha dato come risultato un viaggio tanto affascinante quanto trascinante. Un viaggio che inizia con l'ispirazione base di questo progetto: il blues di "Pony". Qui, su un arpa giapponese, facciamo conoscenza con le scure note della voce di Mariam prima di sprofondare nel caos infernale di"The way things go". Su una batteria tonante spicca "Bird" dove la voce della cantante si inerpica su note bassissime in un volo che atterra dolce su uno dei gioielli del disco, la splendida "I can't tell in his eyes" in cui il duo svedese mostra tutta la sua duttilità nel passare da situazioni in stile "free jazz" a ballate semplici, ma emozionanti.
Il disco viaggia continuamente su questi saliscendi tra la sperimentazione minimale "A story from a chair", al pop (si fa per dire) di "Doubt/hope", passando per la sciamanica "Window".
In qualsiasi anfratto musicale si infilino Mariam e Andreas i due riescono a trarne una propria interpretazione fatta di cuore, rabbia e tanto, tanto blues. Un mix che stupisce per ispirazione e semplicità, quella semplicità che auguriamo loro di non perdere mai.

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