«LITTLE JOY - Little Joy» la recensione di Rockol

Little Joy - LITTLE JOY - la recensione

Recensione del 11 dic 2008

La recensione

Dove siamo, esattamente? Sulla sedia del barbiere, testa all’indietro, rilassati da un panno caldo, massaggiati dal pennello e mezzo inebriati dall’aroma di quelle vecchie lozioni di papà? O a Copacabana, sul bagnasciuga, cocktail in mano, jukebox alle spalle? O in una Los Angeles dei tardi anni Quaranta, davanti al palco di un club scalcinato dove a tarda notte il fumo è insopportabile e la musica si fa migliore?
“Little Joy” è quello che accade quando un indie rocker alla moda decide di fornire la sua versione di ‘lounge’: finisce che suona un pop di gran gusto, fluido abbastanza per inglobare un tot di stili, generi e influenze, per lasciarsi contaminare.
Oppure: “Little Joy” è quello che accade quando gli Strokes vanno in vacanza.
Il nome della band, e/o il titolo del suo eponimo album di debutto, è solo apparentemente auto esplicativo - quello di Fabrizio Moretti è in effetti un piccolo progetto ben riuscito; in realtà è il nome di un cocktail bar della zona di Echo Park, a Los Angeles, dove il batterista degli Strokes e i suoi due sodali part-time hanno fatto crescere undici brani e li hanno trasformati da una strimpellata tra amici in un album.
Moretti incontra casualmente Rodrigo Amarante a Lisbona lo scorso anno, durante un festival. Il front man della band brasiliana dei Los Hermanos sarà di lì a poco a Los Angeles per lavorare all’album di Devendra Banhart, “Smokey rolls down Thunder Canyon”, dove la comune amica Binky Shapiro lo riunisce a Moretti. Il quale è autore o co-autore di tutti i pezzi, suona chitarre e batteria, partecipa ai cori ma lascia la parte di lead singer a Amarante, chiama a produrre l’album l’emergente Noah Georgeson. Insomma: si accomoda in seconda fila, si fidanza con Binky e utilizza il suo nome quel tanto che basta per illuminare i Little Joy con un faro potentissimo.
Al netto di tanta attenzione mediatica, “Little Joy” è un album splendidamente casual. Comincia con “Next time around”, creando l’illusione di un disco pop e tropicale: ma non sarà (solo) così. In “Brand new start” Amarante si diverte a fare il crooner minimalista mentre alle sue spalle quella che pare solo un’orchestrina arrangiata in realtà oscilla disinvolta tra doo-wop e soul; quando arriva “Unattainable”, la voce di Binky Shapiro sembra giungere da una vecchia radio gracchiante, ma l’effetto vintage riesce bene; ed il singolo “No one’s better sake” mescola suoni giamaicani e hawaiani.
Dice che la somiglianza tra il cantato di Amarante e quello di Julian Casablancas pare un po’ troppo marcata: può essere. Dice che è un po’ breve (solo trenta e rotti minuti): questo è vero. Dice pure che non tocca gli apici degli Strokes: e ci mancherebbe, non è un passatempo? Però un buon album come questo riesce per la sua mancanza di pretese e per la sua spontaneità: canzoni e registrazioni semplici, atmosfera rilassante, nessuna costrizione da ruolo, una summa di generi che può avere senso solo all’interno di una jam session – o di un lounge bar.
Low-fi di classe, vibrazioni molto buone.

Giampiero Di Carlo
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