«FLAVORS OF ENTANGLEMENT - Alanis Morissette» la recensione di Rockol

Alanis Morissette - FLAVORS OF ENTANGLEMENT - la recensione

Recensione del 12 giu 2008 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Doveva cambiare, Alanis Morissette, e c'è riuscita. Se poi in meglio o in peggio è presto per dirlo. Sta di fatto che la sua carriera era ad un punto di svolta: dopo gli esordi dance pop (quelli da teenager, che non figurano quasi mai nelle biografie), dopo il successo di massa con il rock femminista incazzato, dopo dischi che hanno continuato più o meno su quella vena, era arrivato il tempo delle celebrazioni. L'ultimo disco di studio, “So called chaos” era del 2004, e seguirono una compilation e una rivisitazione acustica del suo disco più famoso, “Jagged little pill”.
La fama dell'artista non è ai tempi d'oro di “You oughta know” e da diverso tempo. Ma c'era pur sempre un po' di curiosità attorno alle mossa di questa cantante, una che ha pur sempre venduto milionate di copie e scritto gran canzoni. “Flavors of entanglement” è in buona parte ciò che è stato annunciato da diverse parti: una svolta “elettronica”, coadiuvata da Guy Sigsworth (già produttore di Bjork e mente dei Frou Frou).
Non musica dance, come si è letto da qualche parte, a parte episodi come “Straitjacket”. In “Flavors” ci sono sopratti canzoni meno dirette e più stratificate, come l'iniziale “Citizen of the planet”, che parte su ritmi quasi orientali, per poi aprirsi su beat e chitarre. Queste ultime sono quasi scomparse dalla musica, così come i toni, che sembrano più giocosi e rilassati.
Sigsworth ha fatto un gran lavoro di produzione per rinnovare la musica della Morissette, riconoscibile soprattutto per le linee vocali e per le melodie, sempre ben scritte. Infatti, alla fine, i brani che funzionano di più sono i brani più semplici, come il piano e voce di “Not as we” (che ricorda i tempi del bellissimo “Unplugged” e la delicata, quasi bjorkiana “20/20” (che peraltro è teoricamente una bonus track). Per il resto, il muro sonoro a volte funziona, e a volte no, come nella sconclusionata “Versions of violence”.
Insomma, “Flavors of entaglement” è apprezzabile più nell'intenzione di rinnovarsi che non nei risultati, che sono assai discontinui.

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