«ORTODOSSIA II - CCCP» la recensione di Rockol

CCCP - ORTODOSSIA II - la recensione

Recensione del 10 giu 2008 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

C'era una volta il nuovo rock italiano: erano gli anni '80 e si faceva davvero fatica a pensare ad una via nazionale a questo linguaggio tipicamente anglossassone.
C'era una volta il nuovo rock italiano e c'erano i CCCP: un fulmine a ciel sereno. Forse la vera via italiana al rock: due amici emiliani che a Berlino conoscono il punk, e lo portano lontano, lontanissimo dalle sue origini inglesi/americane, legandolo ad un immaginario comunista, a metà tra la Germania dell'Est e la rossa Emilia (o la “Rozzemilia”, come avrebbero detto qualche anno dopo).
Quei due ragazzi erano Giovanni Lindo Ferretti e Massimo Zamboni: dalle loro menti (e da quelle che gli sarebbero girate attorno: la “benemerita soubrette” Annarella e “l'artista del popolo” Danilo Fatur, componenti del nucleo originario; poi molti musicisti, tra cui Gianni Maroccolo, Giorgio Canali, Francesco Magnelli) sarebbe passata una buona fetta della musica più originale prodotta in Italia negli ultimi 20 anni. Prima nei CCCP, poi nei CSI, quindi nei PGR, dopo la brusca separazione tra Ferretti e Zamboni.
L'opera dei CCCP inizia da qui: “Ortodossia II” , che non è un disco, ma sono i primi due EP del gruppo, pubblicati tra il 1984 e il 1985, raccolti in un disco unico nel 1988. Oggi vengono ristampati dalla EMI assieme a tutta la produzione della band, da “Affinità-divergenze tra il compagno Togliatti e noi – Del conseguimento della maggiore età” (primo vero album della band, 1986), fino all'atto finale, “Epica etica etnica pathos” (1990), passando per i due dischi intermedi "Socialismo e barbarie" (1987 - forse l'apice della loro produzione) e "Canzoni preghiere danze" (1988- l'album più controverso, quello "più prodotto" e meno spontaneo). Un totale di cinque ristampe, fedelissime agli originali nella confezione: sono stati aggiunti solo i testi e qualche foto, ma ci sono addirittura le riproduzioni delle etichette e delle buste dei vinili dell'epoca, seppure in un formato piccolino. Nessun inedito, e rimasterizzazione fedele all'originale.
“Punk filosovietico”, lo definirono al tempo: la furia delle chitarre “grattuggiate” di Zamboni si univa al salmodiare di Ferretti, del suo immaginario culturale che sembra lontano anni luce da quello odierno - si veda il recente libro “Reduce” - eppure aveva già un suo misticismo tutto particolare; i loro concerti erano messe in scena quasi teatrali, rivoluzionarie per l'epoca. Forse i temi delle canzoni, soprattutto di quelle più politiche del primo periodo, sono invecchiati con gli anni, e anche il suono è tipico di quel periodo. Ma, ragazzi, la forza, soprattutto quella dei primi dischi è tutta intatta: poche band italiane hanno avuto questa urgenza, questa carica. Nei primi dischi è rabbia pura, man mano che si va avanti diventa qualcos'altro: intensità, ironia, sperimentazione.
Insomma: onore ai compagni, si sarebbe detto al tempo; questo è un ascolto obbligatorio per chiunque si interessi al rock italiano.

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