«IN THE FUTURE - Black Mountain» la recensione di Rockol

Black Mountain - IN THE FUTURE - la recensione

Recensione del 16 apr 2008

La recensione

Qualche recensione positiva e molto passaparola tra il pubblico hanno fatto di questo album, il secondo per il quintetto canadese di Vancouver, un successo underground sul mercato internazionale (e quello “mainstream” è dietro l’angolo). Una delle ragioni principali, forse, è che nelle sue stanze labirintiche c’è posto un po’ per tutti: amanti del prog e del neo folk, post hippies nostalgici di psichedelia, cultori dell’hard rock, signore e signori in nero alla ricerca di forti emozioni gothic, chiunque può accomodarsi. Non è un percorso agevole o da affrontare con spensieratezza (dissento con la pagina MySpace che parla di musica “terapeutica e di facile ascolto”) perché si viaggia spesso sotto cieli plumbei e tempestosi, tra rabbrividenti profezie di sventure, storie cupe e truculente di stregoneria e magia nera, re e regine violenti e dannati di un passato prossimo venturo.
Ma la musica dei Black Mountain ha questo di buono, che sai come comincia ma non dove va a parare: la norma, in quel periodo a cavallo tra i Sessanta e i Settanta a cui i cinque sembrano guardare con attenzione, l’eccezione che provoca stupore nel grigiore algido e preconfezionato di tanto pseudo alternative rock odierno. Prendete i 16 minuti e 35 secondi di “Bright lights”, piatto forte (e per qualcuno magari anche indigesto) del disco: inizia con un dolce ricamo di chitarra acustica, introduce poi una frase d’organo ripetitiva e una nenia vocale che si appiccicano al cervello, si inturgidisce al ritmo di ossessivi tamburi di guerra, esplode in un duro fraseggio di tastiere e chitarra elettrica e si dissolve in un lungo intermezzo mistico e chiesastico, prima di una deflagrazione finale che ha la forza d’urto degli Audioslave o dei Queens Of The Stone Age. Se ne esce intontiti, ma anche stregati. Tutto il disco è così: magmatico e contorto, poi etereo e sognante, in un clima ora da orgia pagana ora di mistico stupore. Il primo riff, che introduce una tempestosa “Stormy high”, è un graffio violento a metà strada tra Black Sabbath, Deep Purple e il rock teutonico degli Amon Duul II; subito dopo arriva la carezza fredda di “Angels”, psycho ballad un po’ Neil Young e un po’ Dream Syndicate. Il gioco dei contrasti, delle assonanze e dei rimandi prosegue fino alla fine: con molto Pink Floyd (la ballata escapista “Stay free”, inclusa nella colonna sonora di “Spider-man 3”, è vicina alle sonorità di “Atom heart mother”), un po’ di Wishbone Ash e di psycho garage stile “Nuggets” (“Evil ways”), il Bowie con chitarra fuzz di “Wild wind”, i Velvet e i Doors di “Bastards of light” e “Thirteen walls” (due delle bonus track incluse nella “limited edition”) mentre il titolo di “Wucan”, hanno spiegato gli stessi Black Mountain alla rivista inglese Mojo, è una crasi tra il Wu-Tang Clan e i tedeschi Can: chissà se dicono sul serio, ma ci può stare. Non è solo esercizio di stile o citazionismo fine a se stesso, in un disco che immagina il futuro (un futuro molto poco speranzoso) usando lingue e immagini del passato: anche se il leader e songwriter Stephen McBean, che si spartisce le parti vocali con l’eterea Amber Webber, a volte esagera col rosso sangue e il grand guignol (“Queens will play”, un altro mix di Sabbath e Floyd, ha un testo particolarmente noir e disturbante). E non è pura e semplice fantasy: quando parlano di tiranni (“Tyrants”), snocciolando in otto minuti un’altra mini suite che parte al galoppo, si tramuta in bolero heavy e sfocia in un finale pastorale per flauto e chitarra acustica, i cinque hippy canadesi non guardano tanto indietro nel tempo quanto all’attuale inquilino della Casa Bianca e ai suoi scudieri. Non resta che lo space gospel lisergico di “Night walks” per scappare dal neo medioevo imperante, su un tappeto volante di mellotron e synth. La sognavano già i Jefferson Starship di Paul Kantner ai tempi di Nixon, la via di fuga tra le stelle, solo che allora lo spazio era ancora un’utopia e non una discarica di satelliti spia, l’orizzonte molto meno claustrofobico di quanto appaia oggi dalle mura geometriche della cittadella dei Black Mountain, affacciata su un deserto da pianeta abbandonato: una comune di artisti, musicisti ed ex sbandati lontana anni luce dal Campidoglio e dalla Casa Bianca, e chissà se con Hillary o Obama cambierà davvero qualcosa.



(Alfredo Marziano)
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