«TRA L'ARATRO E LA RADIO - Max Gazzè» la recensione di Rockol

Max Gazzè - TRA L'ARATRO E LA RADIO - la recensione

Recensione del 03 apr 2008 a cura di Ercole Gentile

La recensione

Leggendo la lista dei partecipanti all’ultima edizione del Festival di Sanremo è stato un piacere scorgere tra i vari nomi presenti quello “amico” di Max Gazzé. Il cantautore romano è uno di quei musicisti apprezzati (ed ascoltati) da una vastissima fetta di pubblico, ma senza esagerare (qualcuno vi ha mai detto “Gazzé è il mio cantante preferito”?), forse proprio “a causa” della sua doppia “personalità”: talvolta pop, talvolta ricercata e sperimentale. In realtà, questo può anche essere un pregio, un modo per restare a galla, ma allo stesso tempo continuare a giocare e seguire la propria vena artistica.
“Tra l’aratro e la radio”, il titolo del suo ritorno con un’etichetta indipendente, interrompe un silenzio discografico di quasi quattro anni, anche se le due raccolte pubblicate in questo periodo hanno sicuramente colmato (e probabilmente adempiuto ad esigenze contrattuali con la Emi) la lacuna. Non si può non cominciare da “Il solito sesso”, singolo presentato dal cantautore romano sul palco del Teatro Ariston e risultato il più programmato dalle radio tra le canzoni in gara alle kermesse. E non è facile capirne il motivo: il brano narra una telefonata tra due possibili amanti, un testo diviso tra poesia ed un irresistibile ritornello (“Posso rivederti già stasera? Ma tu non pensare male adesso: ancora il solito sesso!”) e melodia jazz/swing di sottofondo. Ecco il Gazzé pop, dove con questo termine non si intende banale (anche perché difficilmente i testi scritti da Max e soci lo sono), bensì fruibile e non necessariamente questo è un male.
Se “Siamo come siamo” (inizialmente prescelto per Sanremo) e le ballate “L’ultimo cielo”, “Tornerai qui”, “Vuoti a rendere” (quest’ultima forse troppo Tiromancino) seguono la scia pop, con altri episodi si trovano spunti ancora più interessanti, brani nei quali Max unisce l’utile al dilettevole. Si prenda ad esempio l’analisi rock sui nostri tempi de “L’evo dopo il medio” (“L'aratro e la radio, l'atomo e lo stadio/La sconfitta la gloria la morale la storia”) con Carmen Consoli alla chitarra elettrica (e acustiche sul resto dell’album) e cori (con Marina Rei), il synth-pop ipnotico di “Crisalide”, la psichedelica “Mostri” e l’azzeccata “Elogio della sublime convivenza” (“Quando arriveranno gli anni dei ricordi, ci troveranno ancora uniti e forti, sereni per quello che siamo stati”).
Citazione a parte per “Camminando piano” e “Il mistero della polvere”, forse gli episodi migliori dell’album. La prima è pura poesia (“Stupisce la quiete gli afflati/E mi ritiro al riparo sicuro/Nella tenerezza secolare/Del tuo smarginato sorriso”) su un tappeto pop-rock “cullato” dalla percussioni di Marina Rei; la seconda è incentrata appunto sul mistero della polvere, della terra, della vita (“noi sudiamo corriamo ci alziamo e ricadiamo per terra e Padre Nostro o di nessuno sei nei cieli ma verresti un po' quaggiù su questa terra?”), il tutto su un ipnotico ritmo rock, con esplosione finale di chitarre. In conclusione “Tra l’aratro e la radio” conferma la grande vena artistica di Max Gazzè, ottimo musicista, compositore ed interprete, che ancora una volta sceglie di stare in bilico tra pop e sperimentazione, anzi forse sceglie di non scegliere. E’ così grave? Se si sfornano buoni lavori come questo no, anzi, come dice qualcuno…”si può fare!”.

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