«MR LOVE AND JUSTICE - Billy Bragg» la recensione di Rockol

Billy Bragg - MR LOVE AND JUSTICE - la recensione

Recensione del 19 mar 2008

La recensione

A cinquant’anni (Bragg li ha compiuti lo scorso dicembre) inizia a ronzarti in testa un pensiero: che il tempo comincia a stringere e che c’è un mondo da esplorare là fuori, oltre l’orticello che hai sempre coltivato. Così forse si spiegano i sei lunghi anni trascorsi tra il precedente album e questo nuovo disco del cantastorie di Barking. Che nel frattempo s’è dato alla scrittura pubblicando un libro acuto e stimolante ma non ha perso energia e interesse per la musica, tutt’altro: componendo (su commissione) un testo in inglese per l’ “Inno alla Gioia” di Beethoven, polemizzando con case discografiche, Mtv e MySpace a proposito dei diritti degli artisti, raccogliendo fondi per regalare chitarre ai detenuti nelle carceri britanniche, suonando con Mick Jones e ricordando Joe Strummer con un 45 giri a nome “Johnny Clash”, salendo sul palco con colleghe giovani e cool come Kate Nash e KT Tunstall che lo portano in palmo di mano e lo additano ad esempio e fonte di ispirazione. Zazzera incanutita a parte, insomma, Billy è sempre Billy, e in questo stanno tanto la forza (la coerenza) che il limite (un certo senso di déjà vu) del suo nuovo lavoro. Tra “England, half English” e “Mr. love and justice” sussiste continuità, non fosse altro che entrambi prendono il titolo da opere fine ’50-primi ’60 dello scrittore inglese Colin MacInness, attento osservatore dei mutamenti in corso nell’identità nazionale. Ma dove il primo, in omaggio a quel tema di fondo, innestava sul tessuto musicale suoni più “moderni” e tinte world, il nuovo ha voglia di tradizione e richiama esplicitamente i due “Mermaid avenue” in cui, insieme ai Wilco, Bragg dava voce e suono a testi inediti di Woody Guthrie. L’ombra del leggendario folk singer americano e i timbri rustici di quei dischi aleggiano spesso, qui, e non solo sui pezzi più militanti: “Sing their souls back home”, con l’Iraq sullo sfondo al posto della Corea, del Vietnam o delle Falklands, “The Johnny Carcinogenic show” (qui il bersaglio è la tv ridotta a pattumiera pubblicitaria di prodotti nocivi per la nostra salute) o quella “O freedom” che è una replica lucida e fiera agli orrori del “Patriot act” americano e alle bugie della guerra preventiva (“Nella nostra determinazione/a difendere la democrazia/non dobbiamo distruggere le protezioni/ che puntellano la nostra libertà/perché chi pagherà il prezzo/ se un’ingiustizia come questa/trasformerà i nostri protettori in oppressori/e uomini arrabbiati in terroristi?”. Più chiaro di così). Woody è anche altrove, nel flamenco folk di “I almost killed you” e nella baldoria da hootenanny di “The beach is free”, dove Billy celebra l’unica fetta di suolo pubblico rimasta gratuita e alla portata di tutti: la spiaggia. Ma Bragg, il “patriota progressista”, resta anche un gran cantore dei sentimenti, ed è dai tempi di “Waiting for the great leap forward”, quando citava Gramsci e Mao-Tse-Tung, che difende la sua scelta di mischiare pop e politica, amore e giustizia. Con il country folk e il soul dagli occhi azzurri di “Farm boy” e “Mr. love and justice”, le chitarre, il bouzouki e la lap steel, una sezione ritmica che picchia e l’organo vintage di Ian McLagan, guerriero di mille battaglie rock (Small Faces, Faces, Dylan e Stones), inneggia alla vittoria del pensiero al plurale sull’egoismo (“M for me”) e al coraggio da leone che ti cresce dentro quando hai qualcuno sui cui contare (“You make me brave”) insistendo nel suo messaggio quanto mai opportuno di speranza. “I keep faith”, appunto, è il manifesto del disco, la prima canzone e la più bella, con la forza melodica delle sue cose migliori e la voce sublime di Robert Wyatt, vecchio compagno di battaglie anti-Thatcher incontrato per caso dopo tanti anni in un mercato di provincia. Da sola vale l’acquisto del disco, si sarebbe detto una volta. Ma siccome oggi ci sono iTunes ed eMule, meglio sussurrarlo sottovoce e invitarvi ad ascoltarvelo tutto intero, il nuovo disco di Billy Bragg. Se già lo conoscete, lo riconoscerete. Se non l’avete mai sentito prima, potreste cominciare anche voi a pensarla come Kate e KT.



(Alfredo Marziano)
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